
Liv, Anaïs, Johnny, Diddi, Marco Antonio, Cesare, Mirtilla, Dafne: quando leggi un libro è come se questi personaggi ti camminassero accanto, giorno dopo giorno. Ti tengono compagnia, ti parlano, ti seguono come compagni di viaggio. E poi arriva quella sera – come ieri, complice il freddino autunnale – in cui chiudi l’ultima pagina: loro restano lì, ma si allontanano come un gruppo che ti saluta in coro, lasciandoti addosso la sensazione che sia finita un’avventura condivisa.
Così è stato con Gli indegni di Francesco Frisco Abate, che racconta l’amore e la formazione di due anime ribelli: Livio, sedicenne che scappa da Cagliari a piedi nudi per inseguire Patti Smith, e Anaïs, magnetica, libera, imprevedibile. Una storia che attraversa la Cagliari degli anni Ottanta, la Firenze del punk e dell’house, le prime notti nei club, gli eccessi, le corse, i viaggi all’estero, i rapporti con la famiglia, i bulli, le cadute e quella voglia costante di appartenere a qualcosa, o forse di scappare da tutto. Francesco costruisce un mosaico di vite: amicizie, legami, sfide, dolore, musica, quella musica che salva e che a volte ferisce. Poi c’è Cagliari, quella che ami ma che ti sta anche stretta, con i suoi riti, le sue chiacchiere e le sue distorsioni.
Questo libro mi ha accompagnato anche nel mio ultimo viaggio a Vilnius. L’ho portato con me tra il gelo delle strade baltiche, in un caffè lungo Pilies, attraverso la Porta dell’Aurora, tra i negozi addobbati per il Natale non troppo lontano, le chiese ortodosse e quel fascino rigoroso, e il ritmo lento che la città ti impone.
L’ho letto nei bar, nei silenzi dell’hotel Shakespeare, nei momenti in cui mi fermavo. E in quella storia ho ritrovato pezzi di me: alcune cose vissute davvero nella mia vita da DJ o nei viaggi, altre sognate e immaginate, altre ancora viste negli occhi delle persone che ho incontrato in questi anni di musica, viaggi, notti e ritorni. Altre ancora invidiate.
Alla fine, mi sono accorto che Gli indegni parla anche di noi.
Perché, in modi diversi, un po’ indegni lo siamo tutti: non pienamente all’altezza degli standard di una società che spesso non ci comprende fino in fondo, ma sempre prontissima a giudicare. Ed è questo quadro, questo spigolo sociale, che Francesco racconta con lucidità, ironia e affetto: la bellezza e i limiti della nostra città, i suoi angoli nascosti, le sue ombre, la sua umanità che sbaglia e ricomincia.
Gli indegni è un altro viaggio.
E quando lo chiudi, capisci che quel viaggio l’hai fatto davvero, insieme a loro. Con uno zaino, poche certezze e molte domande – come Liv – che non è detto che la maturità poi risolva.
