(Intervista integrale dell’articolo pubblicato sull’Unione Sarda)
– Partiamo da The Last of Us, che probabilmente farà parte della tua scaletta a Cagliari.
È un album molto importante per me, perché mi ha dato la possibilità di portare la mia musica nel mondo del cinema. È stato realizzato diversi anni fa, ma ha permesso al ronroco – lo strumento con cui ho un legame profondissimo – di diventare parte integrante della mia carriera.
Questo concerto è dedicato proprio a quella relazione: il ronroco è presente in moltissimi dei miei lavori. Prima suonavo musica da film e anche canzoni, perché sono anche cantautore, e con la mia band Bajofondo ho mischiato tango, elettronica, rock. Ma questa parte più intima della mia creatività, quella legata al ronroco, non l’avevo mai messa davvero al centro. Ora invece sì: questo spettacolo è interamente dedicato a quel rapporto.
– Come si fa a mantenere viva l’emozione quando si eseguono dal vivo pezzi così iconici e famosi?
Mi viene naturale. Ho un gruppo fantastico di musicisti, e tra noi si crea sempre una connessione molto forte. Ogni concerto è diverso: non so mai esattamente cosa succederà, ma ogni volta nasce qualcosa di magico.
All’inizio non sapevo se un concerto così, più intimo e meditativo, avrebbe funzionato, né per il pubblico né per me stesso. Invece ha funzionato, eccome. Lo sento profondamente, e si crea un legame molto speciale con chi ascolta.
L’anno scorso abbiamo suonato in alcune città ed è andata talmente bene che quest’anno toccheremo sedici tappe, e ci sono già nuove date in programma in tutto il mondo. È una parte molto importante di me: questa musica mi rappresenta completamente.
– Il tuo sound fonde strumenti tradizionali sudamericani, come il ronroco e il charango, con tecniche moderne. È un modo per esprimere la tua identità o più una ricerca di nuovi suoni?
Entrambe le cose. Ma vedi, non uso il ronroco solo come simbolo della musica delle Ande. In realtà, chi ascolta The Last of Us raramente pensa a quello strumento come a qualcosa di “andino”. Ho cercato di portarlo nel mondo della musica universale.
Ci sono brani che ricordano sonorità africane, altri che evocano l’Europa orientale o l’Asia. Alcuni sì, hanno un sapore delle Ande, altri della Pampa.
In tutto ciò che faccio, però, c’è sempre la mia identità. Fin dagli inizi, quando a sedici o diciassette anni fondavo il mio primo gruppo in Argentina, cercavo di fondere il rock con la musica folk argentina e latinoamericana.
Per me l’identità è essenziale. In Brokeback Mountain, ad esempio, si può sentire l’influenza di Atahualpa Yupanqui: forse non tutti lo notano, ma io so che quei silenzi, quelle atmosfere vengono da lì.
Anche in The Last of Us c’è un ritmo di chacarera nascosto, che quasi nessuno riconosce, ma che dà vita al brano.
L’identità, per me, è qualcosa che si espande: inizia da chi sei a casa tua, nel tuo quartiere, nel tuo Paese, e poi cresce. Ho lavorato tanto in Messico, e oggi sento che una parte della mia identità è anche messicana. Vivo da molti anni negli Stati Uniti, quindi porto dentro anche quello.
Le mie origini sono spagnole e italiane: anche questo mi appartiene. L’identità è un viaggio continuo.
– Hai portato la tua musica nel mondo dei videogiochi, raggiungendo un pubblico completamente nuovo. Che tipo di libertà o sfida ti ha offerto questo medium?
È stato emozionante proprio per questo: perché era un pubblico che non mi conosceva affatto. Non sapevano chi fossi come artista, né conoscevano Bajofondo o le mie colonne sonore. È stato un pubblico totalmente nuovo, che mi ha scoperto attraverso il gioco.
Ed è stato sorprendente vedere quanto la musica potesse toccare queste persone. La colonna sonora ha avuto un ruolo importante, ma il legame che si è creato con i fan è stato qualcosa di più profondo.
È gratificante vedere ragazzi e ragazze entrare così tanto in sintonia con la mia musica. È come un dono, un segno.
Dopo due Oscar e tanti riconoscimenti, pensi di aver detto tanto, ma poi arriva qualcosa come The Last of Us e ti rendi conto che puoi ancora parlare a persone nuove, che non ti avevano mai ascoltato.
La mia musica lavora molto con il cuore, è piena di emozione, e vedere che questa emozione arriva è la cosa più gratificante che ci sia.
– Hai vinto due Oscar consecutivi, per Brokeback Mountain e Babel. In che modo questi riconoscimenti hanno cambiato il tuo rapporto con la musica?
In realtà non molto. Credo di esserci arrivato perché ho sempre seguito la mia visione, senza compromessi. Non mi sono mai svenduto.
Dico spesso che il mio successo non dipende solo dalle cose che ho fatto, ma anche da quelle a cui ho detto “no”.
Dopo i due Oscar ricevetti diverse offerte da grandi case di produzione di videogiochi, anche molto remunerative. Ma erano tutte simili: giochi basati su combattimenti, sopravvivenza, violenza.
Io, che pure non sono un grande videogiocatore ma osservavo mio figlio giocare, pensavo: “Se un giorno qualcuno riuscirà a creare un videogioco che si connetta con le emozioni, sarà una rivoluzione.”
Poi arrivò Neil Druckmann, il creatore di The Last of Us. Mi disse: “Voglio fare un videogioco che tocchi il cuore delle persone.”
E quando mi raccontò la storia, capii subito che era quello che cercavo.
Il resto è storia: abbiamo visto persone commuoversi giocando.
Quindi no, gli Oscar non mi hanno cambiato. Hanno solo confermato che devo continuare a fare le cose che sento, non quelle che convengono. Seguire la mia visione è la vera ricompensa.
– È la prima volta che vieni in Sardegna?
Sì, è la prima volta, e sono molto felice di essere qui. Uno dei miei ristoranti preferiti a Parigi si chiama proprio Sardegna alla Tavola. Amo la cucina sarda e non vedo l’ora di assaggiarla nella sua terra d’origine!
– Cosa conosci della Sardegna, oltre alla cucina?
So che qui ci sono rovine straordinarie e storie antichissime, precedenti alla nostra stessa storia.
Penso che in Sardegna si possa trovare una parte di mondo ancora non del tutto raccontata, che resiste e custodisce la memoria più antica dell’umanità. Ed è qualcosa che mi incuriosisce profondamente