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La Balena a Sant’Avendrace

A Sant’Avendrace, quartiere popolare di Cagliari con lo stagno a vista, c’è un ristorante che porta un nome immenso e ironico: Balena.
Sì, Balena. Ha sempre stuzzicato le mie fantasie da bambino: passando vicino? mi son sempre chiesto se ci fosse carne di balena, giuro!

Non lo noti subito se non lo conosci. Si nasconde nel traffico stressato in uscita e entrata dalla città, non urla la sua presenza con insegne luminose o vetrine moderne o promo sui social.
È un luogo che sembra appartenere a un tempo in cui il cibo e l’accoglienza non avevano bisogno di troppe spiegazioni: c’erano come porti sicuri, carezza familiare, suono di campana della domenica mattina.

Appena entri, la prima cosa che colpisce è l’aria che gira lentamente, mossa dai ventilatori Vortice, quei modelli che non si vedono. Niente condizionatori, al limite porte spalancate.

La sala è un museo casalingo.
Appesi alle pareti ci sono nasse consumate dal sale, oggetti che raccontano la storia della pesca meglio di qualsiasi libro. Foto sbiadite, articoli dj giornale, cornici semplici, scatti che fermano momenti di mare, di gente, di tradizione.
Sulle mensole piccole tracce di e memoria. Al centro domina una vetrina, vero cuore pulsante della Balena, come fosse una consolle da dj.
Accanto, il pane coccoi già tagliato aspetta i tavoli, come a dire che “qui tutto è pronto, tutto è semplice e diretto”.
Le sedie rosse di tela sembrano aver ospitato chiunque: famiglie intere, pescatori, clienti abituali, viaggiatori di passaggio, politici di vecchio cabotaggio come viandanti. Il pavimento graniglia, con le sue piastrelle geometriche, racconta di un’epoca in cui i locali erano costruiti per durare, non per apparire.

Cristiana, la padrona di casa, mi accoglie con le sue guance colorate e il suo sorriso malinconico e dolce. Suo fratello Gigi prende ordinazioni ai tavoli con quel fare dinoccolato e fintamente distratto.

“Cosa posso portare ai signori?”, si presenta al tavolo il buon Gigi, col taccuino in cui riporta a penna i desiderata degli ospiti.

Il suo ristorante non conosce compromessi: solo cucina di mare e essenzialmente secondi senza troppi fronzoli. È un manifesto silenzioso che si sente subito appena varchi la porta, quando il profumo del pesce ti accoglie senza giri di parole. Un odore diretto, autentico, che ti entra addosso e che ti fa capire che sei nel posto giusto.
Alla Balena non ho bisogno di altro. Non c’è il minimalismo dei locali nuovi, non c’è l’ostentazione dei ristoranti da copertina. C’è invece una bellezza elementare, fatta di oggetti datati che hanno imparato a diventare adulti con dignità e senza ferire. Un luogo che non si è lasciato travolgere dalla corsa alle mode, ma ha scelto di restare sé stesso, con i suoi ventilatori che girano piano, le foto ingiallite e il pesce fresco che detta i tempi.
Non è un ristorante che cerca di piacere, è un ristorante che esiste, che resiste, che accoglie con la stessa naturalezza con cui si accoglie un amico di vecchia data. E l’anima di Alberto si sente.

Grazie Cristiana e Gigi, ancora una volta.

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