Tixi

Berchidda 14 agosto, il mio Time in Jazz

Lascio per un giorno la consolle e la lista di serate da DJ in programma. Qualcuno mi chiede perché, proprio ora che ci sono tante richieste per voi. «Una pausa necessaria. Perché la musica non va soltanto fatta — e mi perdonino i suonatori — ma anche osservata, ascoltata, compresa da fuori, anche a costo di portarsi indietro qualche briciola».
Poche ore di sonno, la notte prima avevo fatto tardi, e anche quella ancora prima e davanti a me due ore e mezzo di auto. Cagliari–Berchidda. Non so se per fretta, emozione o devozione alla religione del viaggio, ma la strada stessa mi sembra già parte dell’evento e dei ricordi.
Time in Jazz lo conosco. Simone me lo aveva detto più volte: «Vieni a Berchidda, ad agosto, magari conosci di persona Fresu!». Avevo sempre rimandato e anche quest’anno alla fine è stato tutto deciso alla fine, il giorno primo. Ho scelto di esserci, perché ogni scelta è anche una rinuncia e una direzione di cammino.
Il viaggio sembra infinito. Sul sedile accanto
incanti, ricordi e pensieri. La temperatura scende lentamente dopo Oristano, il sole si nasconde. Arriva sulla playlist italiana anni 80 “Ti ricordi ancora” di Concato. L’auto scivola via, e poco importa che ha tanto asfalto da macinare. Un caffè veloce, profumi di pioggia sull’asfalto che si mescolano all’afa. Un’aria densa, che porta con sé attese. Al bar una famiglia francese sorseggia birra e tè con una serenità disarmante.
Scopro per caso, pazzeggiando su google, la storia della canzone di Concato come un’epifania: amori proibiti, adolescenziali, di doposcuola. Non avevo capito nulla per anni. Poi, arrivo alla notizia che Concato ha interrotto i concerti perché sta curando un tumore. Non so perché, ma tutto questo mi arriva dritto. I pensieri volano via, come se avessi paura di perdere quella voce, uno dei miei cantori dell’adolescenza, la sua poesia fatta di puntini e virgole posizionate bene.
Riparto ancora avvolto da quel miscuglio di paure e rimembranze. C’è un autovelox, lo noto solo come quando ci sono davanti. Spero di non ottenere un biglietto di auguri con multa da pagare per il mio essere sovrappensiero.
Poi c’è tanto Fresu sull’autoradio e altre pattuglie della Stradale ancora. Come se dovessi preparare le orecchie e la mente, come se non mi potessi perdere troppo altrove. Mare Nostrum, gli album, ma anche altri brani, sparsi. Uno è Metamorfosi. Ultimamente è un’ossessione e non me lo spiego: la ascolto e riascolto, come fosse parte di me. E mi blocco su quanto lui attacca con la tromba, quasi a rassicurare, quasi ad abbracciarti e dire “Coraggio!”. Un pezzo scoperto da poco, a quasi cinquant’anni, come il titolo dell’album da cui l’ho ascoltato per la prima volta, 50 anni suonati. Altre curiose coincidenze.
Le lacrime arrivano leggere e improvvise, richiamate da quella melodia: il sassofono, il pianoforte e poi la maledetta fisarmonica, che qualche volta è bandoneon, che mi riporta a mio nonno.
Perché ci si commuove spesso, da soli, e quelle lacrime sono vita vissuta, occasioni perdute e slanci pericolosi verso il presente.
Berchidda mi accoglie con la sua aria di pomeriggio pigro e la paesitudine. La gente parcheggia nel campo di calcio e si incammina a piedi, in salita, come in un pellegrinaggio laico. Il sole è ancora alto, ma già addolcito da una luce dorata che anticipa la sera.
Sguardi che si incrociano, sorrisi rapidi, parole brevi. Si sale lentamente verso Sa Casara, dove il prato, i cuscini e la musica in sottofondo, creano l’atmosfera che tutti vorrebbero sempre vivere nella vita.
Sul palchetto arrivano Paolo Fresu e Alessandro Baricco, introdotti da Mattea Lissia. Non soltanto un musicista e uno scrittore, ma due uomini che hanno cercato la musica da angolature diverse, intrecciando memorie e storie. Lampi giovanili che non si spengono.
Mi abbraccio con Simone che mi ha visto tra la folla, saluto Riccardo che cura l’ufficio stampa ringraziandolo finalmente dal vivo per le tante interazioni da colleghi, preziose quando si lavora in questo campo che mi vede da poco dentro con tanto entusiasmo e umiltà. Io che arrivo sempre tardi a tutto e mi chiedo “perchè?” e poi la risposta ce l’ho sempre: perchè la vita ha deciso così.
La chiacchierata tra i due non ha un ordine troppo preciso: le bande di paese di Fresu e i club torinesi di Baricco, i jukebox americani e i concerti di Rubinstein, i matrimoni che in Sardegna duravano una settimana e quello celebrato in quindici minuti a New York. Da una parte l’odore dell’olio dei pistoni della tromba, dall’altra i divani coperti dal cellophane nelle case torinesi. Due storie lontane che, per una sera, si sono riconosciute nella stessa radice: la musica come destino. La vita come tentativo di prolungare i lampi che vediamo da bambini e che da adulti cerchiamo di custodire con cura. Così, un figlio di pastore e un figlio di geometra hanno trovato due vie diverse per arrivare alla stessa domanda: che cos’è la musica?
Poi tutto vanno in un centro affollato di bar. Incontro cari amici per caso — Matteo, Davide, Silvio —, ho il pass da recuperare, e infine arriva il concerto sotto le stelle. Fresu, Galliano e Rea — che sostituisce Jan Lundgren — regalano al pubblico un viaggio dentro Mare Nostrum.
Mediterraneo. Una parola chiave che accompagna non solo la musica, ma anche la mia vita e i miei viaggi degli ultimi quindici anni. L’ho incontrata attraverso Fresu, Serrat, i libri di Plà e i miei pellegrinaggi tra Spagna, Nord Africa, Sardegna occidentale, Sicilia, Marsiglia e Malta. Mare Nostrum è stato anche il primo album che ho ascoltato di Fresu: quello che aveva in casa a Milano mio fratello, quello che resta inciso nella mia memoria insieme a papà, ancora in forze, sull’altopiano di Siddi, nell’ultimo suo ricordo prima della malattia, mentre la tromba di Paolo echeggiava nelle ultime luci del tramonto di un lontano 2011.
Raccolgo l’emozione in pochi appunti, mi coccolo su quella melodia. Osservo Rea al pianoforte: la forza che si concentra nelle dita, lo sguardo attento sullo spartito. Seguo gli occhi di Galliano, mentre dà fiato all’armonica e alla fisarmonica, espandendo e comprimendo anima e melodia nella notte berchiddese.
E Fresu: il suo muoversi lento, i gesti semplici e gentili, il tempo sulla tromba, il look spensierato e chiaro che fa pensare che la musica, in certi momenti, sia più grande di tutto il resto: delle regole, degli schemi, dell’odio, della bruttezza del presente.
Un concerto come un cortometraggio di vita e illusioni. Hope, Mare Nostrum, Pavese, Qui Reste-T-Il de nos Amours?, Chat Pitre, Para Jobim, Aurore, tra gli altri.
Quando torno a casa, tra le luci della notte, la 131 scivola via lenta. Non ho fretta, perchè oggi ho avuto tutto. Le chiacchierate, il buon vino, la musica, i ricordi, l’aria di paese.
Oggi ho scelto di esserci. Non era solo un concerto o un viaggio di andata e ritorno. Non è mai solo musica. Era una promessa lunga quattordici anni. Dentro questo album Mare Nostrum ci sono ferite, dolori e rinascite. Viaggi anche senza spostarsi da casa e altri davvero altrove, in altri mari, rivoluzioni dell’anima, scritture, profumi, sguardi e sensibilità ritrovate. Metamorfosi. Tutto finisce, tutto ricomincia nella vita.
Todo se cumple, sempre.