Tixi

Pizzerie di provincia (a Pauli Arbarei)

Grilli fuori, una leggera brezza estiva. Una televisione accesa in lontananza. Nessuno passa. E mi sento un privilegiato.
La signora che serve ai tavoli – forse la proprietaria – ha occhiali neri, una maglia a righe verdi e nere, capelli ricci. Le faccio i complimenti per la pizza, la sua gentilezza e per questo luogo fuori dal tempo. Quel viso incerto per l’arrivo di un vagabondo si illumina. “Grazie, grazie”, mi risponde, con un tono che sembra grato di essere stato notato.

Sono passato qui, a Pauli Arbarei, per caso. O forse no. Dopo una meditazione tra le pietre millenarie dell’Altopiano di Siddi, ho deciso di perdermi ancora in uno di quei paesi dell’entroterra, dove ci sono le mie radici, i miei ricordi, lontano dal rumore, per cenare in una pizzeria qualunque. Una di quelle pizzerie semi-nascoste, che conoscono solo gli abitanti, che sembrano terrazze di casa aperte ai viandanti, dove le tende di plastica arancione fanno da sipario tra il mondo e un tempo passato. Dove il tempo non ha mai deciso di andare avanti.

Il tavolo ha una tovaglia a quadri verdi, come quelle delle cene estive di una volta. C’è un menù plastificato, un bicchiere capovolto, un coltello, una forchetta, un murales e una scritta PIZZERIA. Gli oggetti parlano per me: viaggiatore solitario, curioso, affamato di semplicità e di Sardegna sincera.

E mentre aspetto la pizza, mi torna in mente un’altra estate. Pauli Arbarei, 1983. Una festa di paese. E io che, da bambino, ascolto per la prima volta “Words” di F.R. David. Le luci colorate, le sedie di plastica, il profumo delle anguille, i tagli di torrone, le risate. Quella canzone, in sottofondo, sembrava arrivare da un altro mondo. E forse lo era davvero.

Tornare qui, più di quarant’anni dopo, è come chiudere un cerchio invisibile. Come se certe emozioni, seppur semplici, potessero resistere al tempo. Come se quel bambino fosse ancora così, curioso del mondo.