Un piccolo scudetto

A volte la scrittura ti riserva ottimi momenti, non è vero che tende a farti estraniare dal mondo, come molti credono a riguardo di noi che l’amiamo.Lo so, ci trattate da strani, sfigati, asociali, pecore nere, perenni pessimisti e incapaci di vedere il bello della vita. Un po’ è vero, un po’ è esagerato.

 

Essere invitato a cena da un’amica che legge con molta attenzione le cose che scrivi è come essere uno scrittore che finalmente incontra una lettrice che si è consumata i suoi libri e vuole sapere i perché e i per come delle storie. Non che io sia uno scrittore, preferisco però crederlo. Ma c’è sempre quel sottile piacere e felicità che ciò che tu scrivi interessi a qualcuno, un po’ come tanti che ballano la tua musica, aspettano che tu salga in consolle. Piccole grandi gioie.

 

Così è stato questo venerdì che ha aperto un weekend freddo climaticamente ma “caldissimo” a livello di impegni.

È proprio vero, diceva la mia amica, affettando la sua pizza carciofi freschi e bottarga in risposta alla mia tradizionale “canadese”: “sei spesso esageratamente polemico e critico, non riesci ad apprezzare le cose buone che ci circondano, non hai troppi slanci costruttivi”. Verissimo, e ho preso appunti per il futuro, benché sia nella mia indole essere pungente e sarcastico. Questi feedback sono importantissimi per capire la direzione che stai prendendo, guai se non ce ne fossero. Sono stato “accusato” di non amare Cagliari: in realtà la amo tantissimo, non vivrei altrove. Ma sottolineo certe manie e certe perversioni umane frutto della nostra provincialità. In questo modo, la domanda più azzeccata è: sto davvero “smuovendo la mentalità della gente”? Qui dovete rispondere voi.

 

Dopo la cena, sono volato per un dj set a una festa di due vecchi amici che compievano il loro trentesimo compleanno, i fratelli Orgiana, molto noti a livello universitario.

È stato come un ritorno al passato sia per la selezione musicale (downbeat, hiphop e rock dei tempi a cavallo tra i Novanta e il Duemila) sia per l’ambiente della festa, universitario, come nei miei oramai lontani esordi in consolle. Non faccio mister che ho mosso i primi passi proprio in questi ambienti, alle feste revival, alle lauree, ai freedrink in zona post-esame.

 

Ho per un attimo pensato al triste filone delle serate nostrane, selezionatissime e fashion e al contraltare di questa festa. Qui non c’erano tavoli con bottiglia (al limite sopra si poggiavano le bottiglie vuote), non c’era selezione, non c’erano buttafuori che ti guardavano in cagnesco, organizzatori serissimi pronti a rimarcare il “tu non sai chi sono io” e far presente che comandano loro. Consolle come sempre incasinata e alcool che scorreva in maniera illimitata. Non ti potevi lamentare.

Il clima era assolutamente amichevole e rilassato. Studenti universitari, stranieri, la giusta componente tra ragazzi e ragazze. Richieste musicali facili e meno. Si ballava oppure no. A nessuno interessava come fossi vestito, se avessi il tavolo vip, e se fossi più o meno il re della serata. La tenuta ufficiale era t-shirt e jeans, il drink ufficiale era la birra 0,40 chiara e che dire del resto?

Si è intuito che per divertirsi non c’è bisogno di tanti orpelli e schemi mentali che hanno rovinato il divertimento delle nostre notti.

A volta basta poco per rendere speciale una serata. Fare cose semplici senza mettersi troppi problemi.

Una cena, una chiacchierata interessante e una festa.

Puoi tornare soddisfatto come se avessi vinto uno scudetto.

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