Un paese così

ImageTra poco esco, mi fermo un po’. Non accendo neanche più la tv per sentire squallidi personaggi parlare. Non ci credo più. Ho smesso da tempo.
E sono squalificati anche quelli che li difendono e che dalla politica hanno avuto un posticino, quelli che parlano e straparlano e magari ti dicono “smettila di lamentarti!” loro che non hanno mai sudato una camicia per aver qualcosa. Credo che per capire la gente come me i politici dovrebbero solo sentire un attimo quel che proviamo ogni fine serata, mentre ripercorriamo la giornata, riordiniamo la scrivania, facciamo due conti e riflettiamo: la sensazione di non farcela, di non aver più un domani, di non riuscire a vedere mai la luce e la speranza di un futuro.

Perché la crisi, prima che economica, è quella sensazione di precarietà e debolezza che ti attraversa quando capisci che malgrado i tuoi sforzi e la tua creatività, tutti i tuoi studi ed esperienze, in questo paese devi essere sempre furbo, fortunato, finto, mediocre, devi sempre svendere la tua dignità per aver qualcosa. E non è solo nel mondo del lavoro: me ne sono accorto anche facendo il dj e il giornalista.

Un paese che ammazza i sogni e le persone, lentamente, scientificamente. Che ti fa rinunciare, abbandonare il campo, fuggire e poi ti accusa di essere vigliacco. E non credo che sia solo colpa dei politici, ma anche di tanti italiani.

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