In barba alla canzone che riecheggiava il ritornello “Bisogna saper perdere” quelli del Pdl e del centrodestra cagliaritano stanno imboccando la strada più rischiosa, l’autosabotaggio. La sconfitta in Italia è sempre orfana, mentre le vittorie sono (puntualmente) di tutti.Dopo la debacle delle comunali sono emerse tutte le crepe e le indecisioni di un partito costruito male e portato avanti peggio, ed ora pure “Chi l’ha visto” si è mosso per cercare protagonisti e comprimari della crisi, usciti dalle scene rapidamente per evitare di essere portati a pubblico ludibrio. Qualcuno si è dimesso, qualcuno (onestamente) ha fatto mea culpa, qualche altro spara a zero sulle responsabilità degli altri o propone le solite inutili assisi per ripensarsi e ripartire, senza comprendere che la politica viaggia veloce rispetto agli schemi mentali di tanti politici e politicanti in circolazione. Che la città di Cagliari è in forte evoluzione e ciò che è stato detto e pensato ieri è già passato remoto.

Un grande partito e una grande classe dirigente non perdono il senno nemmeno dopo le sconfitte e utilizzano l’esperienza di opposizione per riassettare il proprio assetto in attesa di nuovi appuntamenti elettorali.

A Cagliari il centrodestra non sarà al governo, dov’è il dramma? E perché accarezzare (come si è detto) anche l’idea di un ricorso? Non sarebbe più serio rinnovare e ripensare tutto? Se non si impara anche dai periodi di minoranza, “le grandi camminate nel deserto” avrebbe detto qualcuno con una definizione che resta geniale, e si crede che la politica sia detenzione del potere, gestione e basta, si conferma il sospetto di aver basi traballanti e poca lungimiranza, di essere un agglomerato di poltrone, gruppi, nominati ed eletti più che di idee.

 

E allora proviamo a buttare due o tre cappelli per ripensare questo centrodestra cagliaritano.

 

Primo: il ricambio della classe dirigente, con una iniezione di esponenti della società civile (quella reale, non quella imbalsamata nelle segrete stanze e nei soliti recinti familiari), di intellettualità e professionalità riconosciute che diano linfa nuova alle idee e ai progetti. Una giunta ombra che si specializzi e talloni con idee e (contro) proposte la giunta di Zedda.

 

Secondo: il ringiovanimento di tutte le cariche e candidature, con tanti under 40 e under 30. Giovani veri, competenti, non sagome incravattate che usano la politica come passatempo e gioco di società.

 

Terzo: (ri)prendere l’aria movimentista con attività nel territorio, rendendo protagonista la base, non solo in prossimità delle scadenze elettorali,  rielaborando di pari passo un progetto credibile di città del Terzo millennio.

 

Le primarie, novità più indigeste dei pranzi natalizi dei parenti per un centrodestra perennemente irritato dal giudizio del popolo quando questo rischia di mischiare le carte e gli accordi dall’alto, rischiano di essere facilmente manovrabili. I volponi sono sempre in agguato. Per evitare manovre occupate, dovrebbero organizzarsi chiamando a raccolta i simpatizzanti senza vincoli di tesseramento. Anche se le perplessità non mancano, sarebbero un primo segno tangibile per riportare la gente vicino ai partiti.

 

Si chiarisca poi la questione degli eletti. Ogni carica dovrebbe durare per massimo di due mandati, non cumulabile con altre (come accade oggi tra consiglieri comunali e regionali), e non cumulabile con cariche nel partito e in altre amministrazioni. Nessuno può adoperarsi al meglio seguendo più ambiti e, inoltre, si toglie un’opportunità ad altri. Tutte le cariche di partito devono essere elettive e di durata biennale.

 

Un partito/agglomerato senza la bava alla bocca, leggero, slegato – per quanto possibile – da tutte le consorterie che ne hanno bloccato la spinta innovatrice, che sotterri l’ascia di guerra di fronte a stupide battaglie di barricata e parli di problemi veri e reali. La sicurezza, il lavoro, la burocrazia, il problema alloggi, la terza età e i giovani, le periferie, la cultura. Un partito che non abbia timore di fare scelte importanti e portarle avanti con coraggio. Fortemente radicato nel territorio sardo e cagliaritano, con una decisa vocazione autonomista e con un gruppo di intellettuali che ne elabori l’humus culturale. Perché la cultura non può star fuori da nessun progetto politico e la nostra terra deve essere il punto di partenza dell’impegno politico.

 

Ripartire, insomma, dallo spirito del 1994, quello che vide un qualcosa di nuovo affacciarsi sulla scena politica per poi perdere in poco tempo la sua spinta rinnovativa e riformatrice per le vicende che ben conoscete. Chi di noi non ha creduto a quella speranza?

 

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.