Tra Balotelli e dintorni, rivoluzioni italiane

Non avevo dubbi che la finale dell’Europeo sarebbe stata conquistata grazie ai due giocatori più discussi e criticati: Buffon e Balotelli. C’è un po’ la stranezza della vita in questo episodio, il rivoltarsi birichino degli eventi, il talento che zittisce il peccato, che salva dalla gogna mediatica e non, almeno fino alla fine degli Europei (e in caso di vittoria, assoluzione completa).

Noi italiani, si sa, passiamo da un estremo all’altro: dimentichiamo tutto facilmente, se la nostra fantasia viene stimolata.

Il caso Berlusconi per anni è stato emblematico. È stato permesso tutto, perché lui era “nel giusto”. Poi si sa com’è andata… Questa finale racconta un’Italia che cambia. Vedere un italiano di colore, figlio di immigrati, portarci sul podio è un segno dei tempi, del paese che non è più quello di qualche anno fa, anzi di ieri, anzi di un’ora fa e non ce ne siamo accorti (anche se tanti continuano a non accorgersene).

Se poi uniamo il fatto, locale, che il Consiglio comunale di Cagliari ha recentemente approvato il registro delle unioni civili, possiamo dire che qualcosa sta cambiando, anche velocemente, anche dalle nostre parti. Questioni che fino a poco tempo fa erano impensabili tabù, sono diventate realtà. Perchè l’Italia, diceva l’ amico Antonio Agabio, non ha mai avuto la sua “rivoluzione” e piccole-grandi conquiste che da altre parti sono diventate normalità, da noi hanno tempi di gestazione e realizzazione differenti, sia per colpa di una politica che ci ha tenuti col paraocchi e all’oscuro delle dinamiche del mondo, sia per colpa di noi stessi che abbiamo dormito troppo. Sono disorientato. Tantissimi pilastri della nostra esistenza e della nostra adolescenza, certezze su cui abbiamo costruito il nostro essere cittadini e italiani, sono inesorabilmente cadute come castelli di cartone: la politica che risolveva tutto e dava lavoro a tutti, la chiesa intoccabile e senza peccato e il calcio, travolto dai debiti e dalle scommesse.

Anche se quest’ultimo sembra restare l’unico collante di una nazione che si sente tale solo davanti alla tv e magari si dimentica di sé in altri momenti. Di un paese che s’innamora di Balotelli e Buffon e poi sorvola sui problemi con allarmante leggerezza. Sia chiaro che queste serate di gioia collettiva, di festa, di ritrovo nei salotti, nei bar e in piazza, sono una manna dal cielo in tempi tristi come questi: servono a trasmettere serenità e voglia di stare insieme, a sentirsi italiani (è triste, ma è così). Meglio che ci siano, insomma. Ieri si era autorizzati a dire “forza Italia” senza essere tacciati di berlusconismo. Ieri chi dava fino a poco tempo fa del “negro” a Balotelli non ha potuto che spellarsi le mani e guardare la sua immagine scultorea. Oggi ci siamo svegliati forse con un po’ di nuova Italia, la solita Italia innamorata del pallone e dei calciatori, ma proprio grazie al pallone e a tre discutibilissimi giocatori capace anche di fare un passetto avanti.

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