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Perché non vado a visitare Buoncammino

Mi spiace ma in questo weekend non andrò a visitare Buoncammino, specie ora che un luogo di pena e dolore diventa anche una sorta di meta turistica, di monumenti aperti, per fare selfie, promozione politica (tanto diventerà un nuovo ospedale marino) e dimenticare cosa è stato per tanti.

Sia chiaro, massimo rispetto per chi andrà con lo spirito giusto, ma tengo la mia curiosità da parte, in tempi diversi. Scelta personale.
Mi è bastata però la frase di una delle tante ‘turiste’ (con la peggiore accezione del termine) dotate di quel voyeurismo classico, che commentava le belle parole scritte questi giorni da amici come Matteo Murgia o Daniele Pileri sul dolore che riassume questo posto.

Dall’alto delle sue vestigia di dea giudice dei difetti altrui raccontava che non c’è da rammaricarsi, nè stupirsi o inorridirsi se le condizioni di Buoncammino fossero quelle che sono state: se la gente va in galera se lo merita e si merita tutti i trattamenti peggiori, le sofferenze, stare in tanti in cella, suicidarsi. 

Ècolpa dei detenuti in fondo. E che sia colpa fino all’ultimo, se lo meritano.
Riassume pensieri collettivi, idiozie della massa che ricevono sempre caterve di mi piace, purtroppo. Riassume l’incapacità di distinguere gli errori dalle persone, di ricordarsi (magari) anche degli innocenti e parlare di dignità e riscatto di un uomo. Le seconde occasioni della vita. 
Riassume il fatto che persone che parlano così, alimentate dai Gasparri e dai Salvini, vivano in mondi fatati senza drammi e senza problemi che non riguardino il proprio metroquadro.

Buoncammino, mi ha suggerito un amico, è l’esempio più eclatante per il quale l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per le condizioni dei detenuti. Ecco cosa dovrebbero scrivere all’ingresso.