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Un’isola come un continente

Credo che l’amore per la Sardegna si rafforzi nel momento in cui la lasciamo ma anche quando troviamo un po’ di tempo per andarla a visitare, come una vecchia zia o una nonna che non vediamo da tempo.

Quando la nostra macchina lascia le chiacchiere, il traffico e i fumi della città, e si immerge nell’interno, attraverso la Carlo Felice o le strade minori, sopportando mille lavori stradali, buche e deviazioni, cominci ad ammirare un mondo semplice ma ricco di spunti.

Noi sardi viaggiamo tanto, oramai, con la continuità territoriale e i low cost. Occasione per credere che il paradiso sia altrove, sedotti dalle mete dei vacanzieri casinisti.

Probabilmente abbiamo poca conoscenza della nostra isola. Forse perché è scontato. Ciò che è scontato non è curioso e meritevole d’attenzione. Non stimola il perdere qualche ora o giorno della nostra vita.

Forse perché “conoscere” per noi significa oramai andare in superficie, non nel profondo. Conoscere la Sardegna non è prendersi il sole al Poetto o in una bianca spiaggia di Chia, andare a qualche festa paesana.

Quando, per lavoro o piacere, viaggio per la nostra isola, mi ricordo di essere nato in una terra meravigliosa. Un’isola come un continente. Questo weekend ho avuto la fortuna di finire tra Pattada e Budoni, Logudoro e Gallura, zone remote rispetto al Cagliaritano. Zone che conosco poco.

Mentre scrivo mi godo un bellissimo tramonto seduto in un cortile di un b&b a Budoni. L’aria fresca della sera cozza con il sole forte che ancora frusta il mio viso.  L’immancabile tocco di campana della vicina chiesetta, lo stormire i uccelli, il proprietario gentile che maledice le nuove tariffe dei traghetti che mettono a rischio anche questo angolo di Sardegna ma mi mostra orgoglioso questa sua piccola creatura, un bel posto, immerso in questa città di villeggiatura.

La vera Sardegna non la vivi in città. La devi scovare allontanandoti e facendo andare la macchina chissà dove, senza meta.

La assapori in quelle zone interne, inerpicate nei posti più irraggiungibili, difese da strade infinite, curve e vallate, dove la gente ha ancora idea del valore del tradizioni, dell’attaccamento alla terra, del rispetto. Come ieri a Pattada o a Ozieri. Dove il tuo arrivo coincide con lo sguardo curioso di chi vive e sorseggia l’immancabile birra al bar della piazza.

Sono strabiliato dalla bellezza di certi paesini, dai profumi delle cucine e dei camini, dalla solitudine dei pomeriggi, dal sorriso gratuito che ti danno le persone.

La sua natura atavica, gli orizzonti illimitati, i profumi e i colori intensi, ma anche quella povertà millenaria che ne ha acuito i contrasti.

Un’isola violentata, diventata la terra di conquista di imprenditori senza scrupoli, governata da una politica asservita al potere romano, da un palazzo, quello di via Roma, sempre più lontano dalla strada e dalla gente. Un’isola che ancora oggi non trova la strada giusta per costruirsi un futuro di speranza e di benessere. Ma come possiamo non amarla?

Ma, comunque sia, amandola e un po’ odiandola per quella incapacità e arretratezza che abbiamo, questa è la mia Sardegna, prima di ogni altro posto al mondo, è la mia terra, il mio cuore.