Cos’è la politica oggi? Me lo sto chiedendo da mesi. Conta dei voti o elaborazione e risoluzione dei problemi?In queste settimane di campagna elettorale abbiamo visto che TUTTI i partiti si sono adoperati per riempire le liste di nomi, per arrancare a sé persone di ogni genere, per metter dentro più consensi possibili, spesso mostrando profonde contraddizioni.
Strategia legittima, ci mancherebbe. Chi vince deve avere più voti, non più idee. Puoi – in poche parole – avere progetti interessanti, ma se la gente non ti vota è tutto inutile. Scoperta dell’acqua calda, lo so.
Quindi la strada più facile e breve è già scritta: niente elaborazione, niente idee, solo nomi buttati come un grande album di figurine panini.

C’è una maggioranza di persone che tratta la politica e le elezioni come una partita di pallone, un modo per passare un mese felice, per dare un tono alla propria esistenza. Gente che – per la stragrande maggioranza – si è sempre disinteressata del proprio ambiente e degli altri e che dovrebbe (in teoria) andare ad amministrare i nostri destini e il nostro territorio.
La cosa mi farebbe rabbrividire se non fossimo in Italia, paese imbevuto di cultura televisiva, reality e di politici che discutono infinitamente di riforme, questione morale, patto di rinascita, federalismo senza mai concretamente sviluppare nulla.

La politica non è un cartello elettorale. Non si fa politica solo per le elezioni. La politica è quotidianità, è impegno (lo è anche lontano dalle amministrazioni, nelle associazioni e in tanti altri luoghi operativi), è scelta, è visione della vita, è consapevolezza del proprio essere e della propria collocazione. Non stai qui o là per caso. Ci stai perché hai immaginato un mondo, hai sentito un profondo credo (quello che mi ha mosso), hai sognato e pensato.
Per alcuni è stato anche sacrificio di vita, esistenza passata, tormento.

Ho sempre inteso la politica da quando mi sono avvicinato all’MSI prima e poi ad AN (non ho aderito al PDL) come voglia trasformare idee e valori in realtà realizzata. Con il passare del tempo le mie convinzioni sono maturate: il rispetto degli altri, la necessità di non fermarmi ai muri ma di superarli, la capacità di ascolto delle ragioni, anche di chi non la pensava come me.
La politica che analizza i problemi e cerca soluzioni, senza essere succube di ideologie prive di vita e senza inseguire schematismi imposti da altri. Senza troppe parole d’ordine, senza capi carismatici che “sanno tutto e decidono tutto”, ma con la capacità di dialogare e trovare sintesi, tanto care al buon Toto.

Ogni discussione su quel che siamo e su quel che diventiamo è per me un motivo di crescita, non una debolezza come qualcuno ha voluto far apparire il ragionamento di Fini, quanto mai profetico.
Sfide politiche, prima di tutto. Ma anche sfide culturali. Perché la politica, senza solide basi culturali, senza una “Weltanschauung” precisa, non ha grande futuro.
Vinci le elezioni, ma non metti radici, non cambi la realtà. Ti limiti al contingente e poi sparisci. Questo è il grosso rischio del PdL, laddove mancasse lui… qualcuno ha idea di cosa accadrebbe?

Su tante posizioni, Fini sta rappresentando la voce di molte persone, stanche e stufe di una politica di sondaggi, canzoncine, critiche vietate e “yes, sir”. Ci siamo accorti che vincere non basta se dietro non semini. Ma l’Italia è un popolo di vassalli, abituato ad applaudire il vincitore per poi dimenticarsene il nome non appena cade in disgrazia. Lo ha fatto sempre, lo rifarà anche oggi. Chiunque non legga lo spartito è sempre un disfattista e un traditore. Vecchia storia.

La politica si deve invece far carico di comprendere le sfide del futuro imminente e dare delle risposte nuove e delle elaborazioni positive, con una base ideale ma perfettamente realisti.
Una destra moderna e occidentale e, più in largo, una politica del futuro, non può più prescindere dal fatto che i tempi, le persone, il mondo è cambiato. Che la nostra Italia, la società, cambia ad un ritmo impensabile fino a pochi anni fa. La tecnologia, i valori, la scienza, l’economia, ci hanno sottoposto a sfide nuove.
La destra oggi non può chiudere gli occhi. Non può prescindere dal mettere meritocrazia e questione economica e sociale al primo posto. Non può dimenticare la difesa dei più deboli, del lavoro, dei giovani e delle loro aspettative, della vita, della famiglia ma anche l’apertura senza timori alle nuove realtà (le coppie di fatto, realtà consolidata nella vita di tanti, politici compresi). La destra deve avere un senso religioso ma rispettare fino in fondo la laicità dello stato e della politica. E’ eresia dirlo, da cattolici? E siam convinti che una posizione di questo tipo gioverebbe soprattutto alla Chiesa.

L’idea collettiva di destra oggi si associa agli occhi di tanti ai suv che tagliano la strada, al dio-televisione, ai figli spendaccioni e nullafacenti, al consumismo senza rispetto dell’ambiente e del mondo circostante, al familismo nel lavoro, al razzismo becero, a saluti romani “firmati gucci” di quattro ragazzi strabocciati a scuola che neanche sono arrivati a studiare il ventennio, all’ignoranza di persone che pronunciano destra senza mai aver aperto un libro, ma giusto perché oggi “fa figo”. Specchi viventi di un modello di vita che ci trasmette certa “televisione”: che per il successo va bene tutto, che la bellezza conta su ogni valore, che la rissa e il disprezzo degli altri può essere un modo per farsi largo.

Ci sarà sempre una maggioranza che continuerà a pensare la politica come a un gran derby e una minoranza che preferirà sempre intenderla come valore, ideale, militanza, ma senza rinunciare al calarsi nel fango, senza dover per forza accettare il clima di odio che molti accendono volontariamente.

Ci sono tante meravigliose persone in ogni schieramento che hanno oggi un disagio a pensare la politica, che si sentono in colpa perché agganciati forse a una politica che “non c’è più”, travolta dai numeri, dai sondaggi, dai listini e dal marketing. Che hanno la colpa di non essere maggioranza, ma di voler restare minoranza attiva e consapevole del proprio essere. Quanti giovani trenta e quarantenni avvertono questo disagio? E non dico solo appartenenti al centrodestra….

Da queste dobbiamo ripartire, uniti da valori condivisi, divisi ma leali nei confronti degli avversari, per ricostruire la nostra Italia contro il disastro di contenuti dei nostri tempi.
Allora parliamoci, confrontiamoci, puntiamo alle persone e al loro cuore più che ai nomi e ai numeri.

Gettiamo ponti, non alziamo barriere.

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