Riflessioni su una chiacchierata di qualche settimana fa con un amico di sinistra.

Una chiacchierata, davanti a una cocacola (l’amata-odiata bevanda consumistica americana) con uno di quelli con cui (forse) tempo fa ci guardavamo in cagnesco. Ci sentivamo figli di due storie diverse, di due modi diversi di intendere la politica, la società, la vita. Divisi da insormontabili barriere, da anti e post, da ammirazioni e odi, da incontrovertibili fratture storiche.

E invece che accade oggi, nel 2010?

Forse, come diceva Venditti in “Compagni di scuola”, siamo arrivati al punto che “Nietzsche e Marx si davano una mano”.

Oggi è strano ritrovarsi, confrontarsi, magari convergere su qualcosa. È una sensazione che ho provato tante volte, anche in Circoscrizione con qualche collega del Pd o di Rifondazione.

Ci sentiamo forse un po’ tutti figli di una delusione, cocente. Verso un partito, verso un’esperienza politica coltivata per anni, verso tante persone (che ora magari sono in  qualche posto importante o in qualche CDA) per cui abbiamo dato passione e amore per la politica per anni, per poi finirla omologati dentro contenitori da supermercato della politica che non sentiamo nostri, affollati da gente che non conosciamo, arrivata sul finale, vestita bene, sorridente e tintinnante di drink.

Eppure ci sono tante cose che ci accomunano: la militanza politica, le sezioni, le manifestazioni, la voglia di andare oltre, l’insofferenza a stare dietro le mura di un partito, il continuo cercare nuove risposte e la consapevolezza che i nostri sforzi si siano materializzati in Bersani o Berlusconi.

Ma la delusione non si ferma: lascia il posto a sentimenti diversi. Ottimismo e sensazione di avere di fronte una prospettiva nuova ed entusiasmante, riponendo nel cassetto come vecchie magliette certe divisioni e trovando “insospettabili” convergenze e tematiche in cui si possono proporre nuove sintesii.

C’è una nuova destra e una nuova sinistra fatta di gente per bene, che non è stata troppo influenzata dalla politica contemporanea e dalla ricerca esasperata del consenso a discapito del contenuto. Emergono con sensibilità nuove, non vogliono fare il gioco degli opposti estremismi ma confrontarsi su soluzioni e magari trovare, un po’ per gioco un po’ per capacità, insospettabili sponde. Nessuno pensa a un’invasione di campo, a una destra che fa sinistra o viceversa. I più stupidi forse, in mala fede, lo credono.

Ecco allora le accuse di tradimento, di voltagabbaneria, tutto il repertorio di chi ha timore, per ignoranza e ipocrisia, che chi pensa si trova assieme.

Forse, come scriveva Cacciari, i contenitori e le definizioni destra-sinistra sono state superate da tempo, si sono pian piano ridotte solo a un inutile derby manovrato dall’alto e piacevole per chi vive la politica come eterna campagna elettorale, come ricerca dell’avversario per fortificare la propria pochezza di contenuti. Quelli per intenderci che si svegliano e fanno gli anticomunisti e gli antifascisti (per capire la loro attualità politica) nell’imminenza delle elezioni.

Ci sono tanti argomenti interessanti a sinistra in cui la destra ha un effettivo ritardo storico: ecologia, il sociale, la laicità dello stato, il lavoro, il terzo settore, l’etica, l’associazionismo. O viceversa in cui la sinistra potrebbe riflettere.

Perché erano temi in cui non si doveva entrare. E oggi non può entrare perchè Pdl e Pd ha risucchiato qualsiasi tentativo avanguardista. Non fare, non dire, non agire, non confliggere, resta allineato, non disturbare il manovratore.

La destra (quella che vorrei) deve ridurre il gap senza timori di essere tacciata da sinistrismo. Deve studiare, aprirsi, invadere campi, dibattere e elaborare soluzioni nuove. Perché a destra c’è molto qualunquismo. Sento fascisti in Suv, gente che cita il berlusconismo come ideale. O persone che si fanno la cultura di destra sulle pagine velenose di Libero.

Oramai la distinzione politica va fatta tra onesti-disonesti, persone per bene e non, appassionati e interessati.

È l’uomo che fa la differenza, non il colore politico. Gli stupidi appartengono democraticamente a ogni partito e movimento. Passerà ancora molto tempo prima di capirlo?

Certe scuole di partito (Dio ce ne liberi, indottrinamento allo stato puro!) insegnano a guardare prima il colore politico e poi l’uomo. A leggere ogni proposta non nel merito. A non dare, come dovrebbe fare un politico, elementi per una chiara analisi della realtà. Invece dobbiamo indottrinare, usare bugie, prospettare il mondo come lo vogliamo noi e rigettare ogni tesi altrui sempre e comunque.

Il PDL – a cui non ho mai aderito – non è un partito di centrodestra, ma un grande agglomerato di interessi e interessati, senza delle precise posizioni su tanti temi, attorno a un leader che parla allo stomaco degli italiani. C’è tutto e il contrario di tutto. Rappresenta la maggioranza relativa degli italiani ma non tutti gli italiani: troppo spesso ci si dimentica di questo.

Sta diventando, come il PD, un partito rifugio anche per certa borghesia arricchita che ama calpestare i diritti e i più deboli aprendo il portafoglio. La legge del più forte, gli interessi dei più forti.

Cartelli elettorali lontani dalla società e dalla gente, pieni di contraddizioni interne che via via stanno emergendo. In cui gli squali hanno la meglio. In cui potere e denaro (lo so che scopro l’acqua calda, ma va ripetuto fino alla noia) predominano sull’elaborazione e sul contenuto. In cui dibattito, critica e cultura sono messi ai margini, in nome della necessità di gestire e governare e chiunque si opponga è un sabotatore.

Ci sono poi le esperienze positive nel loro interno. Chi si distingue. Chi riesce comunque a fare buona politica anche localmente.

Forse noi delusi di destra e sinistra siamo troppo esigenti dalla politica. Non ci bastano le musiche e le battutine ad effetto, i richiami all’ordine e le citazioni. Non siamo andati a cercare le idee nei supermercati scegliendo quelle con la confezione più colorata o graficamente appetibile.

Svisceriamo i dati e diamo peso alle parole. Non votiamo al luccichio dei denti e allo sventolar delle bandiere.

Eccoci dunque a una nuova primavera politica.

A destra, nel mio caso tanta curiosità per Futuro e libertà, il nuovo movimento di Fini. Andrò a Perugia a vederne la nascita. Sono attento a questa nuova esperienza, ma senza un’adesione aprioristica. La componente umana come sempre farà la differenza.

Fini ha dimostrato una grande lungimiranza di pensiero e di strategia politica. Ho letto nel suo percorso non un cambiare idea, ma una evoluzione in positivo. Chiaramente, non posso accettare ogni dichiarazione, ogni presa di posizione, ogni uscita. Errori, tantissimi. Incomprensibili posizioni, pure. Ma c’è un filo di Arianna che ha legato questo cambiamento.

Le prospettive sono buone, l’incidente sul lodo Alfano spero sia l’unico, ma… c’è sempre un ma. I dubbi restano.

Fli ha una grande prospettiva: concentrare i consensi di una nuova destra, slegata completamente dalle esperienze di AN, Storace e cespugli vari, ex colonnelli e correnti e offrire un’alternativa a chi non vuole una destra legata ancora al culto del passato o abbracciata al berlusconismo.

Una destra europea, laica, dei diritti e votata al futuro e a un concetto diverso di uomo e cittadino. Che si stacchi completamente dalle zavorre dei reperti storici che ancora oggi scaldano i dibattiti (siamo nel 2010) e cominci a parlare con un linguaggio nuovo di nazione, sovranità, cittadinanza, diritti.

 

La sfida è difficile, ma non impossibile. Mi sento come Robinson Crusoe che approda in una nuova isola

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