Manca solo un giorno alla fine di questa campagna elettorale. Ieri gli ultimi appelli al voto, le immancabili feste finali.Mi ha fatto male, devo dire la verità, vedere i video della manifestazione di ieri in piazza San Michele. Un quartiere che conosco, che mi ha dato i natali e che credo meritasse qualcosa di più, senza mancare di rispetto assolutamente a chi ci ha lavorato e collaborato.

 

Mi ha fatto male vedere il centrodestra, area politica in cui mi sento, rincorrere ancora una volta il voto popolare in maniera così qualunquistica. Anche perchè, a due passi dal palco, le case dei residenti non erano propriamente da riflettori e da “Amici”: io e tanti miei colleghi in circoscrizione (di forza italia, del pd, di rifondazione, dei riformatori) le abbiam visitate. Abbiamo toccato il disagio di tante famiglie, costrette a rattopparsi l’esistenza tra pochi euro e un po’ di calcestruzzo, aspettando ristrutturazioni elettorali. E vedere magari le stesse facce, ieri sera, felici un attimo per non so bene che cosa, tra profumi di panini con cipolla e gag, mi ha disorientato e fatto pensare al classico “panem et circenses” dell’antica Roma.

 

Siamo di fronte a una scelta importante, sul futuro della città e forse qualcosa di più.

Come ben sapete, non ho aderito al PDL alla sua nascita, in pieno dissenso con Gianfranco Fini, proseguendo sempre in solitario la mia attività di consigliere di circoscrizione, chiusa qualche settimana fa.

Non ho aderito perché non ho mai creduto nel progetto PDL, rispettando chi (quanti amici…) hanno deciso di starci dentro.

Ho preferito uscire dalla politica nazionale, credere nella possibilità di una nuova idea di destra, cominciare una “camminata nel deserto”, anche a costo di essere uno dei “pochi e maledetti” non allineato e rassegnato.

Ho ritrovato poi il Fini che aveva portato in alto la destra italiana, ho appoggiato alle comunali l’amico Gianni Casella (un amico, prima di tutto, in risposta a chi vede in questo appoggio delle contraddizioni…beati voi!).

Non sono mancate le accuse: venduto, comunista, traditore, voltagabbana. Ma ci stanno. Quando sento che la destra e la sua importante tradizione viene associata a un mondo di famiglie, potere, poltrone, starlette tv beh…son ben lieto di fare la parte del venduto e del traditore.

 

Io e tanti altri siamo arrabbiati. Non viviamo (purtroppo) dalla politica, ma sentiamo quotidianamente il peso della precarietà della nostra vita. L’equilibrio instabile dell’oggi e del domani.

Non siamo figli di qualcuno, galoppini di qualche altro, dal posto assicurato, dal patrimonio che ci permette di candidarci come giocare a risiko. Viviamo quotidianamente tra sogni e realtà, tra la voglia di una città che ci appartenga sempre di più alla consapevolezza triste di una città che ci prende in giro se non a calci nel sedere.

Non possiamo vivere senza mai metterci un ragionevole dubbio, senza mai mettere in discussione un’idea. È ora di finirla con questa omologazione del pensiero e delle opinioni.

 

Siamo un po’ sfigati, è vero. Potremo starcene buoni buoni. Io per primo. Invece… incazzati col mondo, in critica perenne. Ma chi va oltre capisce perfettamente che la nostra è un’ansia di cambiamento, un amore per Cagliari, la Sardegna, l’Italia.

 

Né in Zedda né in Fantola c’è il mio sindaco ideale. Sono due persone lontane dalle mie idee politiche e vi assicuro che non c’è gran differenza.

Ma non posso che notare – e la mia onestà intellettuale me lo ordina – che in Zedda e nel suo seguito si avverta una capacità aggregativa e movimentista, una energia e passione che può far bene solo a Cagliari.

Zedda ha rotto le righe, ha conquistato campo, si è tolto la giacca e ha rimesso la tshirt a tanti cagliaritani. Ha riavvicinato alla politica. Tutto questo manca da anni al centrodestra o sbaglio?

Sta incarnando, e lo dico con grosso rammarico per l’occasione persa, l’idea di un cambiamento dell’ordine dei fattori che governano la nostra città. L’idea di una possibilità eccezionale, non prevista dalla nostra mentalità retrograda e indifferente: un giovane in via Roma. Un giovane!!! E sia chiaro, questa prospettiva affascina tutti, elettori di destra, di centro e sinistra.

Come chiudersi gli occhi di fronte a tanta evidenza?

 

Massimo Fantola, persona stimabile e preparata probabilmente non ha avuto questa spinta, il supporto necessario dai suoi partners. O non era il candidato giusto in questo momento storico in cui c’è una grande ansia di cambiamento. O forse ancora non ha trasmesso questa idea (complice la comunicazione in campagna elettorale) e non ha avuto chi lo sostenesse in questa missione.

 

Nessuno mette in dubbio che le giunte precedenti abbiano fatto anche progetti positivi, sarebbe da miopi e ingrati buttare tutto a mare: ma dobbiamo chiederci se nel complesso questa città ha fatto uno slancio in avanti. Quanto è lontano il disegno, la prospettiva, il sogno della Capitale del Mediterraneo?

E per chiederlo, dobbiamo essere scevri dalle coloriture politiche e dalle cortesie ricevute dall’amico politico di turno. Quando cerchi casa, quando ti misuri col quotidiano, quando prendi un bus, quando leggi e ti informi, quando giudichi le iniziative culturali o sportive, quando porti avanti un progetto e vedi che risposte ti danno negli uffici, quando dialoghi con la burocrazia, in quel momento puoi dare un giudizio.

 

Si continua a credere che la politica si faccia dalla stanza dei bottoni, con la superbia di chi guarda il popolo dall’alto in basso, di chi consideri tutti stupidi in eterno, come il Marchese del Grillo che regalava le monete alla plebe dopo averle esposte al fuoco.

Invece, qualcosa si è rotto nel meccanismo. Non tutto prosegue così come deve andare. Queste strane convergenze tra destra e sinistra significano che qualcosa si muove. Che le parti buone degli “schieramenti” (oddio, che brutta parola) possono anche avvicinarsi.

 

In noi è cambiato qualcosa, qualsiasi sia il risultato elettorale.

Abbiamo scoperto che è possibile ancora sperare. Che la speranza passa attraverso le persone oltre le storie politiche e non solo attraverso i contenitori politici in cui pensiamo (un po’ egoisticamente) di vedere rappresentate le nostre identità e tradizioni, sempre e comunque. Anche mentre un paese affonda. Che la coerenza è una stupida armatura che prende in prestito il nostro cervello. Pensare costa tempo e fatica ma è meglio di spegnerci giorno dopo giorno.

Non tutto è già scritto e previsto. Non moriremo affogati nel nulla dei nostri tempi.Un salvagente è già arrivato e la terra non è poi così tanto lontana.

 

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