Ridateci la pittima

Falsità, maschereRistorante/pizzeria dell’hinterland cagliaritano: gruppo di 40/50 enni presunti fighi, vestiti di tutto tiro. Ridono e scherzano, con annesse compagne. Arriva il momento di pagare il conto. Eccoli andare alla cassa. Ti aspetti che concludano la procedura in qualche minuto: scontrino e denaro o carta di credito. Invece cominciano a discutere sul prezzo, chiedono uno sconto, restano almeno una decina di minuti a infastidire il cassiere, dividere i conti, ravanando il personale con i loro inutili discorsi.

Sconto approvato, per resa. Il personale ha alzato bandiera bianca. Poi vanno via in fuoriserie, festanti e sorridenti per esser riusciti a risparmiare qualche euro.

Scena eloquente dei falsi vip che girano per la nostra città. Li incontri in giro per locali e discoteche o nei negozi alla moda.

Gente indisponente e spocchiosa, che si atteggia a gran signore e poi cerca ovunque lo sconto e il risparmio o, peggio ancora, “stecca”. Chiama per la lista in discoteca, l’omaggio, il saltafila, mette l’abito nella consolle, tenta sempre di fregare qualcuno per poi raccontarlo in giro.

Fastidiosi più dei calici tintinnanti, si distinguono per il (mal)trattare gli altri e per il sentirsi esponenti di una borghesia che di rampante non ha nemmeno il cavallo dei pantaloni.

Sono quelli a cui fa rabbrividire  l’idea di pagare un lavoro, una prestazione, una collaborazione. I metodi sono tanti: staccando il telefono, sparendo dalla circolazione, inventando scuse, sfruttando la propria posizione e qualche amicizia azzeccata.

 

Anche se il salto è lungo e pericoloso, vorrei fare un accenno a quell’imprenditore che si è suicidato per dei crediti non riscossi. Doveva recuperare ben 200 mila euro di soldi propri. Ha scelto la strada peggiore. Tutto per colpa di chi, Stato o privati, prende con molta leggerezza i soldi che deve rendere. Investe, spende e poi si dimentica di restituire quanto dovuto.

 

Immagino che molti che presunti “vip” che si incontrano in realtà nascondano un retrobottega di debiti e imbrogli piccoli e grandi, fatti con una leggerezza quasi disarmante. Stringono mani, promettono e firmano senza batter ciglio. Gente che si compra la macchina il venerdì per poi rivenderla il lunedì. Che creano aziende promettendo posti e soldi e poi scappando via col bottino, alla faccia di collaboratori e impiegati.

 

Ne ho incontrata tanta di questa squallida umanità tra società sportive, editori di giornali, gestori di locali. Alcuni sono perfettamente annoverati tra i vip di questa città. Violentano le nostre passioni e la nostra professionalità, bloccano lo sviluppo, creano povertà più di quanto si pensi.

 

Visto che augurare il peggiore male possibile è forse troppo e farebbe indisporre i benpensanti che mi leggono, quelli del politically correct, sarebbe bello rispolverare la pittima genovese.

 

Cos’era?

 

(da Wikipedia) è il termine con cui in passato veniva definita, particolarmente nelle repubbliche marinare di Venezia e Genova, una persona pagata dai creditori per seguire costantemente i propri debitori. Sorta di esattore che aveva come compito quello di ricordare a costoro che dovevano saldare il debito contratto.

La pittima poteva gridare a gran voce per mettere in imbarazzo il debitore, e il suo costante pedinamento era volto a sfiancarlo così che si decidesse a saldare il debito, la cui riscossione gli poteva fruttare una percentuale più o meno congrua.

La pittima vestiva di rosso, affinché tutti sapessero che il perseguitato dalla pittima era un debitore moroso. Questo aumentava l’imbarazzo dovuto al pedinamento della pittima.

 

Immaginatevi quante pittime ci sarebbero dietro ai presunti vip cagliaritani e soprattutto in che zone della città potremo trovarle.

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