La Patria, il tricolore, l’inno. Richiami che mi hanno sempre scaldato il cuore. Da bambino, figlio di militare, o quando ho indossato una divisa per la “naja” ma ancora oggi, accade, quando risento le note di Mameli. Ho aderito tanti anni fa a un partito come l’MSI prima e alleanza Nazionale anche per questo motivo: la mia patria, la mia idea, la mia identità. Qualcosa che spesso è difficile spiegare a chi non crede, a chi vede nell’amore per una paese un concetto datato, da estremista o da reperto archeologico della politica. Un amore che poi è stato condiviso con quello per l’Europa e per la mia terra, la Sardegna, senza contraddizioni.

Oggi festeggio a metà. Trovo questo patriottismo di maniera, questo nazionalismo di cartapesta, pieno di luoghi comuni e qualunquismo, fuoriluogo.

La mia Italia non esiste, almeno oggi.

Questa politica l’ha definitivamente affondata: con modi e gesta, con comportamenti e parole, con odio e sangue, con una criminalità che oramai conquista ampie zone del territorio, con la voglia di delegittimare tutto e tutti e con un esercito di politicanti, giornalisti, imprenditori e manager che vogliono mettere le mani su tutto spacciandosi da persone che puntano all’interesse generale o che incarnano il volere di una “maggioranza”, termine abusato.

Se l’Italia è quella degli ultimi vent’anni, cosa c’è da festeggiare? Che bandiere dobbiamo esporre? Che inni dobbiamo cantare?

Lo può fare chi oggi ha poca voglia di lavorare, chi può organizzarsi un ponte, chi utilizza la parola Patria solo per ragioni elettoralistiche, slogan da pubblicità di Mediaset Shopping. Ma rispetto anche oggi chi festeggia sinceramente e candidamente.

Mi ha fatto affettuosamente sorridere vedere alcuni stranieri inneggiare all’Italia e non solo per ricevere un permesso di soggiorno. Oppure guardare chi lavora e vive da anni, pur non essendo italiano, e vorrebbe esserlo. Spesso ci sono stranieri che amano il nostro Paese più di noi stessi italiani, persone per le quali l’Italia è una speranza, un sogno. Non si può dimenticare questo e liquidare tutto credendo che il concetto di Patria e di italianità sia lo stesso di trent’anni fa.

La politica avrebbe dovuto farci amare la nostra Terra, unirci, farci sentire un popolo meraviglioso quale siamo, appartenenti a un paese graziato da Dio per la sua bellezza. Ha fatto il contrario. Una politica che quotidianamente dà il peggio di sé, che promuove la demeritocrazia e l’inganno, il soldo e l’ostentazione, che offre visibilità, per puro interesse di bottega, a una forza come La lega che ostenta la divisione e l’odio tra le persone può raccontarci di un senso patrio senza che ci si ponga un ragionevole dubbio?

Allora sì, festeggiamo. Ma un’altra Italia! Quella, come ha detto Napolitano, che ama la sua Patria al di là delle proprie idee politiche. Che si riconosce in qualcosa di più che un governo o una maggioranza, che si sente italiano senza “se” e senza “ma”.

Per tutti gli italiani (ma anche per chi vorrebbe esserlo) che ogni giorno, con il loro onesto lavoro, con una famiglia da mantenere, in missione ma anche nel volontariato, nelle scuole e nelle strade, nelle case e nel loro piccolo soffrono e si sacrificano per rendere questo paese meraviglioso, un paese che ci ha tradito e offeso ma che non riusciremo mai ad odiare, che amiamo al costo di trasudare rabbia per come potrebbe essere e non è mai stato.

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