Paura del futuro e del presente

Mi sveglio e controllo come ogni giorno notizie dalla mia città.

Da questo bellissimo posto di montagna ho un po’ staccato. Leggo distrattamente quel che accade e spesso mi pare di essere su un pianeta diverso. Eppure anche quel che accade nella cronaca fa parte del mio mondo, per quanto certe notizie provochino strane sensazioni.

Sono contento che il Cagliari torni al Sant’Elia, finalmente: sapete cosa penso della polemica dello stadio e sapete che ho sempre reputato il calcio un necessità secondaria rispetto ai problemi attuali. Però, sforzandomi di guardare l’altro lato della medaglia, il calcio può essere uno sfogo di questi tempi di crisi, una zolletta di zucchero che permette alle persone di pensare anche ad altro. Paradossale, ma se ci pensate…

Ma poi, giro pagina e scopro la tragica morte per suicidio del commerciante di via Pergolesi.

È vero che la maturità di un popolo nascerà nel momento in cui più che allo stadio penseremo a questi fatti e cercheremo di capirli.

Sul commercio cagliaritano si possono fare tanti ragionamenti e stato anche critico con certe botteghe che in tempi di ricchezza hanno speculato su prezzi, dipendenti e merci. Io compro molto spesso online, risparmio tempo, trovo quello che voglio ed evito puntualmente certi negozi dove comprare sembra fare una cortesia a chi vende, più che un normalissimo scambio soldi-merce magari con un sorriso.

Poi c’è come dicevo prima, l’altra faccia della medaglia: chi ha lavorato onestamente e con tanti sacrifici. I negozianti cagliaritani non sono solo arricchiti e scontrosi, diciamocela tutta. Sarebbe ingiusto e ingrato.

L’idea è che questa crisi tagli orizzontalmente tutti, poveri e ricchi. Onesti e disonesti. Bravi e mediocri. È un’occasione di riscatto, di ripensamento, seleziona un certo spessore imprenditoriale, ma non risparmia neanche chi aveva le carte giuste.

Ecco qui una morte, l’ennesima. Non arriva dalla povertà e dalla disperazione, dal dramma del disoccupato e del nullatenente, ma da chi forse ha qualche soldo. O forse ne aveva. O forse ha timore di non averne di più. Ancora più interrogativi.

Il disagio morde tutti, poveri e ricchi, e per quanto ci sforziamo di mostrare il nostro mondo bello, elegante e affascinante più degli altri, di nascondere i problemi, per quanto diventa vergogna raccontare che le cose vanno anche male per paura del giudizio sociale, per quanto ci sia ancora chi, l’ho sentito l’anno scorso, si indebita per una cabina al mare “perché chissà cosa direbbero i vicini di casa” c’è anche chi paga con la vita la propria paura del futuro.

Il futuro, mai così incerto. Se prima ci si domandava come sarebbe stata l’Italia dopo dieci o vent’anni, ora le domande si fanno a distanza di mesi se non giorni. Non puoi sapere che accadrà. Colpevole la politica, l’informazione e anche noi con i nostri linguaggi. La critica e l’accusa sta diventando una moda che il pensiero positivo è stato messo sull’angolo. Una riflessione va fatta, e urgentemente.

Il dolore e la disperazione bussano alle porte. Non basta uno stadio per renderci felici. Lenisce ma non cura.
Non lasciamo solo nessuno, e cerchiamo di vedere anche il positivo nella nostra vita e intorno, soprattutto in questo momento.

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