Un ministro che esige dai cittadini correttezza fiscale, che stanga chi non osserva le norme e poi è il primo che è sospettato di aver ricevuto pagamenti in nero per casa sua. I consiglieri regionali più pagati d’Italia: 11.417 euro. Ma potremo proseguire con gli esempi, pessimi, della politica.Di contro, imprenditori e allevatori in piazza, famiglie che non sbarcano il lunario, giovani senza speranze e prospettive, paesi che si spopolano..

È l’ennesimo contraltare che leggiamo sui giornali.

Possiamo alzare spallucce (“è sempre stato così”) oppure cominciare ad unire i tasseli di un puzzle e capire il male profondo della politica e della vita italiana.

Intanto in Sardegna il centrodestra continua a perdere pezzi. I gufi del malaugurio, i disfattisti, i rompiballe: così erano stati definiti tutti quelli che, come me, indicavano dagli esordi la precarietà di un partito senza capo né coda, senza una reale ragione oltre all’assembramento di gruppi, personaggi e sigle. In Sardegna ancora di più.

Sono lontani i tempi del “governo amico”, del Berlusconi “sardo” che ha condotto la campagna elettorale delle regionali, della bandiera del PdL annodata allo stemma dei quattro mori. Sono lontani i tempi delle promesse agli operai, della visibilità dei sardi nel governo, delle mille frottole sparate finché c’era da raccattare qualche voto.

Anche oggi le iniziative e i richiami all’unità dei sardi da parte di qualche esponente politico sembrano tardivi e ingenui. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo la cessione della Tirrenia ai privati quando la Regione Autonoma della Sardegna stava ancora trattando, è l’impugnazione fatta dal Consiglio dei ministri del collegato alla Finanziaria regionale 2011, che contiene anche una norma sulle entrate compartecipate.

Trasporti ed entrate fiscali, due dei nodi da sciogliere di un precario rapporto tra Stato e Isola. Senza parlare di un’amministrazione regionale nemica dei cittadini.

Nessuna novità all’orizzonte. Se riguardassimo  qualche telegiornale del passato (e ci aiuta una bellissima trasmissione su Videolina “vent’anni dopo”) noteremo che il dibattito si è sempre fermato ai soliti temi, ai soliti girotondi di colpe e responsabilità. E anche agli stessi personaggi, in qualche caso.

O la Sardegna è ingovernabile o la classe dirigente che si è succeduta in questi decenni non ha una preparazione tale per poter governare una regione come la Sardegna.

Ma l’arte del lamento – tanto cara al noi sardi e al sottoscritto – non risolve. C’è bisogno di nuove prospettive. Di un grande partito dei sardi che unisca le migliori idealità e menti, che ponga al centro la Sardegna il lavoro, l’ambiente, i diritti, lo sviluppo locale, i rapporti con il governo nazionale, l’economica, le tradizioni non come folklore ma come elaborazione culturale più profonda. Che costruisca una idea di autonomia del Terzo Millennio e che definisca cosa sia oggi vivere e lavorare in questa terra.

Di Sardegna so (ahimè) e sappiamo troppo poco. Un popolo che non conosce il suo passato, che non sa chi sia né cosa voglia, non può immaginare neanche cosa accadrà domani mattina.

La specialità della Sardegna è un dato di partenza. La strada da percorrere? Durissima. Combattere contro il complesso di inferiorità e di sfiducia nel destino e nell’altro che c’è nel nostro Dna. Contro quella voglia di far risolvere tutti i nostri problemi e le nostre indecisioni ai “forestieri” scesi a conquistare e depredare. Quella malattia che non ci fa credere in noi stessi. Ci meritiamo totalmente questo presente.

Essere sardi non è solo essere nati per caso in un’Isola del Mediterraneo e ricordarsene quando gioca il Cagliari o nelle commemorazioni di Sa die ‘e Sa Sardinia. Mettersi un adesivo nella propria auto o bere una buona birra. Io ci metterei altre motivazioni e atteggiamenti: scegliere prodotti sardi, studiare la nostra cultura, parlare la nostra lingua, sostenere chi mette al centro la Sardegna nei suoi progetti, partecipare alle iniziative in difesa del nostro territorio e della nostra identità.

È qualcosa di più, uno scatto d’orgoglio consapevole, in tempi in cui la disillusione ha preso il sopravvento, in cui vince la sfida globale chi riesce a “pensare al mondo senza perdere il contatto con la propria terra d’origine”: una scelta, è consapevolezza, è impegno quotidiano.

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