Non chiamateci bacchettoni

Due megarisse nel giro di 24 ore e tantissimi altri episodi di follia. E poi pugni dati per una semplice “svisata alla pivella”, gente scaraventata giù da un cubo mentre balla allegramente oppure sorpassi che diventano occasioni per darle di santa ragione.

I sociologici e gli psicologi sono pronti a fornire le loro ricette. I giornali a stampare titoloni. I lettori a chiamarci “bacchettoni”..

Intanto ogni weekend ma non solo, va in onda il solito film. In discoteca, nei locali, in strada, nelle piazze. Una violenza fatta di mani che si alzano con troppa facilità. I protagonisti li chiamiamo “affettuosamente” gaggi, nenni, tamarri:  in realtà è difficile attribuire etichette perché i violenti possono essere travestiti anche da persone della cosiddetta “buona società”. Il figlio dell’avvocato, quello del noto commercialista, quello del politico, eccetera eccetera.

 

Per cercare le radici di questo disagio basta semplicemente capire cosa passa per la testa di un 17-22 enne di Cagliari, quali siano i suoi sogni ed aspettative. Parlarci o leggere gli stati su facebook, indicatore del “senso della gente”. Girare tra scuole e università, ascoltare chiacchierate e discorsi con un po’ di attenzione.

 

Nella classifica delle “urgenze” ci sono fare soldi con facilità, aver tutto senza fare niente, essere al centro dell’attenzione, crastulare davanti a un caffè e una mezza minerale, prendersela con tutto ciò che è diverso, mostrare ciò che si ha e ciò che si è (a discapito degli altri che non hanno e che non sono) vivere ostentando il proprio io e la propria immagine, lamentarsi di ogni “restrizione” (la scuola, il codice della strada, l’esame universitario, la famiglia, le forze dell’ordine, il professore, l’allenatore, il maestro).

 

Si vive nell’attesa spasmodica di weekend salvifici dove lavare la propria “anima” in un drink annacquato e “sciorare” (sbandierare) gesta eroiche da raccontare su facebook. Metteteci poi  – in questo calderone di miti e mode – i viaggi della speranza nelle capitali europee, la partita, la schedina, lo shopping terapeutico (spendo soldi per sentirmi meglio), l’ultima scarpetta alla moda, l’aperitivo vip e la palestra. E sia chiaro, divertimenti (alcuni) assolutamente normali per un giovane, ma che diventano ossessioni se determinano l’unico motivo per cui vivere.

 

Cancellato dalla voce “importanti” studiare, leggere, lavorare, la famiglia, la buona educazione, il senso civico, costruirsi un progetto di vita, rispettare le regole e comportarsi bene. Cancellate la solidarietà e l’altruismo.

A quelle cose si penserà più avanti, se si penserà. Roba da sfigati.

 

Vie d’uscita ce ne sono poche. Sarebbe bello ripensare a una città di giovani, fatta per i giovani.

Ci chiameranno bacchettoni ma, a differenza di chi allarga le braccia e la finisce con una battuta, siamo semplicemente preoccupati per la deriva che sta prendendo il nostro piccolo mondo. Oggi andare a ballare e divertirsi sta diventando un problema, ma anche andare in spiaggia, in piazza, in bus o alla fiera.

 

Quando sparisce la voglia di istruirsi, di porsi degli obiettivi, di leggere e conoscere, di sudare per qualcosa resta il nulla. Resta un bicchiere vuoto, una stanza disordinata, una sigaretta spenta. Ci si nutre di stupidate e falsi miti, marchette d’abbigliamento e ideali di “bella vita”, diplomi facili e noia all’università, tanto ci sarà sempre qualcuno che pagherà per noi.

 

Il nulla è incontrollabile e ingestibile. Al nulla non è facile rispondere. Significa vivere ogni notte come se fosse l’ultima. Significa dover sempre superare il limite per sentirsi vivi, anche a discapito degli altri.

A questo punto diventano dei “monumenti” quei giovani cagliaritani che non ci stanno. Quelli che partono per l’estero o combattono la loro “guerra” qui mettendosi in gioco e creando lavoro. O aiutando papà nella sua attività per poi un giorno prenderne le redini. Si buttano alla ricerca di un lavoretto per l’estate, si prestano alle ore interminabili di un callcenter e non si vergognano se devono lavare i piatti o servire in un pub. Poi la lunga lista di creativi, fotografi, grafici, scrittori, non ultimo quel ragazzo ventunenne che ha creato una applicazione per gli orari dei bus ctm.

Tutto questo significa anche rinunciare a qualche divertimento in più, equilibrare la propria vita tra svago e obiettivi senza rinunciare a nulla. La Cagliari bene, quella vera.

 

Ragazze e ragazzi consapevoli che quel “modello di vita” così attraente, da “vip” è una strada senza uscita.

Giovani che – come mi diceva uno di loro ieri che ora se ne andrà in Inghilterra rinunciando ad un buon posto qui – “non vogliono fare la fine dei loro amici, alle prese con l’ansia di andare in qualche locale, finirla la mattina dopo completamente rincoglioniti e poi raccontarlo al mondo”. Ci sono sfide più suggestive di queste, di cui essere orgogliosi, senza togliere l’energia e la voglia di divertirsi e far tardi.

 

Non è esser bacchettoni, ma essere semplicemente preoccupati. Un giorno questa generazione dovrà prendere le redini della città. Poi non si lamentino se il potere e le opportunità restano sempre nelle mani dei “grandi”.

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