arenaHo fatto l’errore dopo giorni di assenza per viaggio di dare uno sguardo alla cronaca chiagliaritana: tra baretti, stadio, sparatorie, bombe, zone franche, giornalisti sospesi, senza pensare al tipo denunciato per atti osceni quando invece aveva una colica, con tanto di sputtanamento immancabile, mi vien voglia di cambiare destinazione.

Cagliari è un gran casino, un’arena, una rissa continua, un tutti contro tutti, “mors tua vita mea”.

Politici contro cittadini, cittadini contro cittadini, sportivi contro cittadini, residenti contro universitari, negozianti contro assessori, giovani contro vecchi, giovani contro giovani. Oramai non passa giorno che non ci sia un conflitto acceso su qualcosa e tanti a guardarsi lo spettacolo con popcorn e cocacola, tanto non riguarda loro.

Il teatro di guerra non è cambiato neanche con il cambio di amministrazione, anzi. Ora è in atto uno scontro anche tra chi sosteneva la passata giunta e chi la precedente, a colpi di “ve l’avevo detto”, “hai visto”, “è colpa tua”. Si rinfacciano errori e omissioni e nessuno è capace di guardare oltre.

Intanto la città perde colpi. Leggevo ieri un interessante editoriale: chiudono tutti i posti che per anni sono diventati i nostri piccoli simboli, quelli che hanno costituito la nostra piccola e forse ridicola (ma teniamocela) identità. E non diteci che non è vero, e che è tutto normale, soprattutto in una città che vuol chiamarsi turistica o che è un capoluogo di regione. Questo perché la politica, invece di creare unione e fiducia, dialogo e sintesi, non riesce a superare le divisioni e mostrarsi vicina ai cittadini.

Cagliari soffre l’eterna guerra di colori e maggioranze diverse tra Comune e Regione, l’incapacità di chi amministra di superare le differenze e mettersi a un tavolo e lavorare per il bene pubblico. Il basso profilo di tanti amministratori che non riescono a guardare oltre il proprio recinto e proporre un progetto di modernizzazione ad ampio respiro. Ma uno scatto d’orgoglio, mai? Qualcuno che ci faccia sognare, che rivoluzioni questo posto? È chiedere troppo, ragazzi. E non dite che questo spunto deve arrivare solo dal basso.

Ma forse, mi domando, è questa la città che ci meritiamo, questa è la politica che vogliamo, questa è l’espressione di noi e delle nostre pecche. Perché non va mai dimenticato che esiste una maggioranza di cagliaritani se ne strafrega di quel che accade fuori da casa propria. A loro non riguarda la collettività e il bene pubblico, vivono comunque: a loro interessa solo la bottega, tranne poi trasformarsi in politici quando ci sono le elezioni (e allora vedi candidature ridicole, associazioni che aprono e chiudono, menefreghisti che cominciano a dire di “amare la città”).

Peccato perché questa maggioranza di indifferenti, ottusi, nullafacenti, presuntuosi, figli o parenti di qualcuno, caddozzoni o fintivip, che spesso riveste anche posizioni importanti nella vita cittadina, che non ha mai letto nulla né viaggiato, ha la meglio su una minoranza che ha a cuore questo posto e il suo futuro più di ogni altra cosa. I cosiddetti rompicoglioni come me.

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