Ebbene sì, ho tradito me stesso, lo devo ammettere.

E’ un’ammissione di colpe, così che nessuno avrà da ridire e criticare il post.

Ho tradito la politica del “meno male che Silvio c’è”, del credere in un mondo di favole e battute ad effetto, di facili guadagni e arrivismo.

Una politica che guardava il passato, si legava ancora a  posizioni di decenni fa, che ammirava la guerra e le polemiche a oltranza.

Ho tradito certa politica becera, fatta di richiami all’ordine, i traditori e venduti. Parole di fuoco e minacce velate o reali.

Ho tradito la sicurezza di una maggioranza e di un governo, di una posizione nella massa, con i più forti.

Questa “politica” non mi piace. La rispetto, come rispetto ogni idea diversa dalla mia. Ma la sento come un pullover di lana ad agosto.

Da quando ho cominciato a far politica, sono quasi quindici annetti fa, non ho mai smesso di ascoltare, pensare, credere e anche sbagliare, perché no? Rivedere anche certe tesi.

Quanta acqua è passata sotto i ponti?

Amici che si sono avvicinati, hanno seguito un percorso con me, hanno preso altre strade. Onorevoli e candidati. Programmi e progetti. Manifestazioni e militanza. Tanti ricordi che custodisco nel cassetto come migliori anni della mia vita.

Quante esperienze e insegnamenti.

Quel mondo si chiamava Alleanza Nazionale e Fronte della Gioventù, non penso un posto qualunque.

Poi c’è la maturità, il far tesoro delle esperienze.

Credo che la politica e le idee debbano adeguarsi alle realtà sociali e politiche in cui intervengono e vogliono cambiare. Chi non si adegua, muore. Politicamente e mentalmente.

Chi rimane arroccato sulle proprie posizioni senza guardare il mondo che lo circonda, chi non sa affrontare le sfide, resta indietro.

Ci si informa, dibatte, si  ascoltano varie versioni. Poi elaborano delle sintesi. In poche parole chi vuol pensare non può chiudersi in un’ideologia ma deve costantemente conquistare nuove certezze a costo di fermarsi un attimo.

Mi sono innamorato perdutamente del mio partito (!), della mia comunità, ho sofferto la fine e le scelte di Fini (perdonatemi il bisticcio di parole) poi tutto un giorno è finito. Motivi elettoralistici, si chiamano. La politica non ha sentimenti. È una questione di numeri. Come rivedere candidati perfetti sconosciuti che fanno numeri.

E allora mi sono ritrovato (mio malgrado) in uno scatolone chiamato PDL, una trasposizione di Forza Italia, in cui ho capito – io e tanti altri – di farci poco o nulla. In cui AN andava annacquato a pacche sulle spalle.

Perché, forse, noi siamo di un’altra pasta, di un’altra estrazione, di un altro modo di pensare. Dico noi perchè credo che questo dissidio interiore attraversi tanti, non solo chi vi scrive.

Ho capito che non bisogna innamorarsi dei capi, delle strutture, ma prima ancora delle idee. Quelle sì. E non aver paura di leggere la realtà con occhi nuovi, quando ce ne fosse bisogno.

Non ho mai aderito al PDL (sono rimasto fermo ad Alleanza Nazionale) né avuto una stima illimitata per Berlusconi pur difendendolo in più di un’occasione. Ha avuto pregi e intuizioni (chi glielo nega?). Ma oggi? Non credo che il centrodestra italiano non possa avere alternative.

È un delitto dirlo? Non credo. A meno che non si dimostri il contrario.

Sia chiaro: certi attacchi manovrati, certe persecuzioni lasciano più di una perplessità. Berlusconi non può essere attaccato su ogni fronte, anche quando opera positivamente. Questa si chiama miopia e ipocrisia, ciò che vogliamo combattere.

Ma in questi ultimi mesi ho visto anche il rovescio della medaglia: la politica ridursi alla barzelletta, agli inni, alle dichiarazioni altisonanti, ai richiami all’ordine, alle battutine e ai “ghe penso mì” e a certi dossier creati ad arte. A un continuo conflitto di interessi e favola raccontata al popolino ignorante.

Queste cose, e parlo di quelle meno gravi, via via ci stanno strette.

C’è chi si adegua, chi no.

C’è chi accetta, chi invece no.

Ma non son qui per dividere il mondo in buoni e cattivi. Dico solo che  almeno per una buona fascia dell’elettorato di centrodestra, quella massa critica, che non vive di mediaset, meno male che Silvio c’è e squadre della libertà, che non leggerà il libro del buongoverno, che non vede la politica come una vendita di pentole o un set di Uomini e donne, il PDL e Berlusconi stanno stretti.

Ciò non toglie, ripeto, la mia stima per tanti amici del PDL.

E allora mi sono chiesto, in questi anni: ci può essere un’altra destra? Pensavo fosse un sogno irrealizzabile.

Io dico di sì. Può esistere. Ora ne abbiamo la dimostrazione. Forse non sarà forte, presentabile, non sarà fatta da lustrini e inni personalizzati, ma c’è.

Una destra che non sia fatta di figli di papà con saluto romano, busto del nonno Benito e suv (i saluti romani lasciateli a chi meritevolmente ha portato avanti quelle idee), di signorotti ingessati che ci insegnano la cultura di destra.

Non sono l’unico, siamo tanti, forse più di quanti crediamo.

Fini è solo una persona, ha fatto tanti errori in passato (l’adesione al PDL, la gestione di AN, ecc) ma l’idea, le convinzioni, tanti pensieri e riflessioni sono diventati interessanti oggetti di discussione.

È ovvio che come per ogni persona, ogni uscita va letta e analizzata. Su alcune non mi trovo d’accordo, su tante altre condivido.

Ma credo nella bontà delle tesi e di chi le sta portando avanti.

Se così non fosse, Fini non sarà il leader. Ripartiremo dalle stesse idee, con altre persone.

Allora amici, vogliamo definirla? Una destra che si affranchi da come è stata intesa fino ad oggi, forte di certe sue radici storiche, ma prospettata al futuro. Che non sia ferma ancora alla diatriba comunismo-fascismo, che possa dialogare e aprirsi a tutto campo su tutti i temi senza avere limiti ideali e mentali.

Una destra innamorata dell’Italia ma che creda fermamente in un’idea di Europa.

Una destra che legga la realtà con occhi nuovi.

Che voglia uno stato laico, solidale, democratico, di opportunità e meriti, forte però della sua tradizione cristiana e del cattolicesimo (cancellare questo aspetto significherebbe negare la nostra storia). Che voglia ordine senza dimenticare gli oppressi.

È la voglia di partire da un concetto nuovo di italianità, di politica e di confronto tra le persone e le idee.

Non sopporto più le risse e i preconcetti. Chi giudica le idee in base all’appartenenza e non ai contenuti. Non puoi dargli ragione perché è di destra. Non puoi essere d’accordo perché è di sinistra. Non applaudire Santoro, puoi farlo solo per Feltri. Se leggi Travaglio sei di sinistra, se critichi Veneziani sei comunista. Questi sono preconcetti ridicoli e indegni per gente intelligente.

Queste zavorre sono diventate insopportabili.

Una politica che voglia finalmente dire “sì” a qualsiasi persona che voglia condividere delle battaglie importanti su temi condivisi.

Il buon senso non deve mancare, quello è il punto di partenza. Questa sensibilità l’ho vista in giro: gente di destra e sinistra che trovavano convergenze inaspettate e collaborazioni. Che pensavano ai problemi più che alle divisioni su fascismo e comunismo.

Si può fare, si deve fare.

Una passione sopita può a un certo punto trovare nuova linfa e vitalità.

L’obiettivo non è solo governare, essere maggioranza, ma dare alle nostre idee e posizioni – tante, com’è giusto che sia – un piccolo grande contenitore in cui ritrovarsi e produrre sintesi. Cambiare con piccoli gesti e atti la nostra realtà. Unire persone e cittadini, infondere fiducia positiva, consapevolezza dei problemi, ma anche soluzioni.

Odio le parole d’ordine, i 10 comandamenti, tutto ciò che toglie libertà di confronto e pensiero, tutti quelli che devono farci la lezioncina. Odio il calcolo, il chi te lo fa fare, il pensiamo al domani. Odio la politica in giacca e cravatta, che toglie possibilità a chi ha meno di far sentire la propria voce.

La destra non è una, è tante. La destra non è un patrimonio di uno: è patrimonio di tanti. Cominciamo da oggi a darle contenuti.

La sfida è enorme, ma non abbiamo paura. Anche stavolta il domani apparterrà a noi.

“Noi siamo individui e non individualisti, siamo molte idee, molte opinioni e molte sensibilità, tanti sogni uniti da un’unica passione ed un unico obiettivo: Cambiare l’Italia. Io ci credo”

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