I violenti in giacca e cravatta

Un italiano di 58 anni si è dato fuoco davanti alla sede della agenzia delle entrate a Bologna. L’uomo è ricoverato al centro grandi ustionati di Parma, ha ustioni su tutto il corpo. Il sospetto è che a muoverlo siano stati problemi economici. Stesso destino per un’altra persona, ma a Verona.

Non parliamo del sud e del meridione, ma del nord, civile e industrializzato. I due episodi seguono di qualche giorno la violentissima protesta dei lavoratori dell’Alcoa a Roma, terminata con scontri e feriti.

Tanti hanno detto che la violenza non porta a nulla, che anzi depotenzi le ragioni fino a farle diventare quasi torti.

I tempi sono cambiati: non siamo più nella fase in cui la protesta viene incanalata da un partito, movimento o sindacato.

Siamo oltre, straripa, va fuori binario. Perché tanta acqua è passata sotto i ponti, perché si è detto troppo e fatto poco e perché la politica si è dimostrata assente e carente per troppo tempo, incapace di dare risposte e di offrire uno sfogo istituzionale.

La disperazione sta facendo un salto di qualità. E anche se non possiamo – sia chiaro – accettare la violenza come metodo per far valere le ragioni, non possiamo incitare i gesti estremi, la dobbiamo registrare e leggere. Forse perché è diventato l’ultimo scoglio a cui aggrapparsi quando non c’è più altro da dire o fare di fronte alla sofferenza.

E allora entrano in gioco i soliti protagonista della politica che ci raccontano cosa è giusto e cosa è sbagliato fare, o come debba essere fatta una protesta, coloro che criticano chi sostiene la cosiddetta “antipolitica”, gli sfascisti, i qualunquisti che fanno di tutta l’erba un fascio.

Gli operai dell’Alcoa sono violenti? Chi si mette fuoco o si suicida per problemi economici è un disturbato mentale?

Forse sì, forse no.

La politica se l’è cercata, lentamente, questa reazione. Per anni la classe dirigente ha voltato le spalle ai problemi. Ha svenduto un paese, depredato le ricchezze, corrotto e comprato tutto, regalato promesse e disservizi, cullato i soliti noti, gli amici, i parenti,  ha spremuto famiglie e imprese. Cifre e inchieste alla mano, non ci sono più giustificazioni né distinguo. E i pochi politici che dicono di distinguersi, hanno mostrato le palle per mostrare la propria diversità? Non credo. Si sono sempre allineati, mettendo avanti le ragioni del partito e della convenienza rispetto a quelle della gente. Eccezioni ce ne sono, ci mancherebbe.

In Italia e nell’Isola  abbiamo la peggior classe dirigente d’occidente, gente che crede di poter cambiare casacca e discorso ed essere utile per ogni stagione. Gente che ha insultato i nostri genitori che si sono spaccati la schiena per regalarci un briciolo di futuro, che ha ridotto i giovani a non aver avvenire, a dover scappare all’esterno traditi dalla propria terra, a pensare a gesti estremi, a vivere nell’indigenza, parcheggiati in università e ridicolizzati nel mondo del lavoro, appannaggio non sempre dei meritevoli, ma dei fortunati e dei parenti.

Quando accade questo per tanto tempo senza che nessuno cambi rotta, un paese va in rovina: si genera disperazione e paura del futuro. E la disperazione e la paura prima o poi diventano gesti plateali, difficilmente riconducibili alla ragione.

Siete sicuri allora che non ci sia ugualmente violenza nella politica, pur celata dall’eleganza di una giacca e di una cravatta, dalla capacità di elaborare un discorso e di avere una buona dialettica ? Una violenza torbida, nascosta, che con l’uso delle parole giuste e del giusto contorno di immagine e musica, profumi e sogni, maltratta i poveri e gli ignoranti a vantaggio dei potenti, che chiede i sacrifici ma continua a pontificare su cosa sia giusto e sbagliato dai propri regni dorati, incurante di quel che accade sotto casa.

Solo chi opera concretamente per diminuire la disperazione  e a far ripartire le speranze di un popolo affranto può parlare di violenza inutile e condannabile. Chi lavora nel sociale, nel volontariato, chi assiste i poveri e gli ultimi, chi vive onestamente, chi fa politica militante senza ricevere nulla in cambio.

Gli altri, per favore, tacciano e si facciano da parte.

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