Sono passate diverse settimane dall’incontro di Perugia, il primo atto fondativo del FLI. Un mese in cui si sono susseguiti, giorno dopo giorno, tantissimi colpi di scena nella politica italiana.

FLI sta prendendo forma, anche se resta sempre un dubbio di fondo: oltre al progetto e alle parole, oltre ai richiami e alle emozioni, cosa c’è realmente dietro?

Me lo chiedo quotidianamente, seguendo con mio tradizionale interesse critico, la politica italiana. Tentando di essere asettico da emozioni ed entusiasmi della prima ora.

C’è un partito che nasce, con mille contraddizioni. E che, localmente, ancora non riesco a definire e tracciare.

A livello nazionale i salti in avanti (da applausi) si sono susseguiti a repentine frenate (da fischi), rimandando ogni conclusione e giudizio alla fiducia al Governo e al Congresso di Milano, due passi fondamentali per tracciare un primo Dna.

Come tanti altri, mi sono interessato a questo progetto politico, mi sono iscritto online, qualcuno sull’Unione mi ha citato (beato lui che conosce il futuro!) anche tra i possibili candidati in Comune e resto fortemente convinto che Fini abbia fatto un passo necessario e doveroso, forse tardivo, ma necessario. Ciò non nasconde un giudizio critico su alcune sue decisioni e svolte in passate.

I dubbi, al di là della passione, gli stessi che avevo già espresso nelle precedenti note, restano.

Voglia di firmare cambiali in bianco io non ne ha nessuna.

Ci sono dubbi e riflessioni su come verrà organizzato il partito e su come opererà. Dubbi anche su chi saranno i personaggi imbarcati sulla nuova avventura perché, come detto a più riprese, ci possono essere splendide idee e programmi luccicanti, ma camminano sempre con le gambe degli uomini che operano.

Fini ha avuto un grande merito: aprire una grande questione, una svolta, dire “no” alla supremazia del cavaliere e a tutto il sistema che regge il PdL, porre un insieme di questioni e tracciare un’altra destra possibile oltre a quella a cui eravamo abituati. Aprire una luce nuova su un centrodestra annichilito sul premier e incapace, al di là delle vittoriie elettorali, di esprimere un progetto politico lungimirante e di rispettare gli impegni e le dichiarazioni.

Ora la responsabilità è altrettanto grande: trasformare questa svolta in un concreto movimento che non sia la riedizione 2010 di An.

I rischi e i problemi sono tanti, e certi acquisti fatti non fanno dormire sonni tranquilli. Un partito con un’identità netta intorno ai valori di una destra europea adeguata ai tempi e alle sfide, o un caravanserraglio di riciclati berlusconiani in fuga (e altri profughi di varie provenienze) dalla nave che affonda?

La sfida è creare un “contenitore” di voci e di identità, slegato dalle pratiche a cui il centrodestra ci ha abituato. Ma come? Bisognerà anche trovare una sintesi. Bisognerà capire se FLI vuol fare come Penelope oppure avrà coraggio e forza per smarcarsi anche nelle scelte politiche a suo rischio e pericolo. Meno posti, meno visibilità e un cammino da percorrere in solitudine stando attenti alle sirene.

Non solo gridare “al lupo, al lupo” e poi comportarsi da pecorella smarrita.

Ci sono poi i problemi di chi farà parte di FLI: certi caporali e colonnelli che ora si riciclano recuperando il tempo e le poltrone perdute apparendo (per chi non li conoscesse) il nuovo che avanza. Non si discute sulle persone (ognuno ha la sua storia) ma credere che in FLI ci siano solo ed esclusivamente galantuomini, o che FLI sia la panacea di tutti i mali o che Fini sia il leader della salvezza è un errore da scuola elementare. Si chiacchiera sul metodo e sulla connotazione, sulla organizzazione e sugli obiettivi. Si chiacchiera con la fiducia di chi rivede passione e prospettiva, ma sempre tenendo aperti occhi e orecchie e piedi ben saldi a terra.

Che FLI non sia insomma l’arca di noè di qualche elefante e giraffa in crisi d’identità e posto, di qualche altro reperto archeologico che ha fatto danni altrove.

Non sia una somma di nomi e numeri senza una minima identità forte e dei valori, con l’antiberlusconismo come collante e ideologia (un errore grossolano) e con la voglia di mettere assieme tutto e il contrario di tutto.

Che non sia un partito di signorotti incapaci di sporcarsi le mani, incravattati e pronti a grandi discorsi, che si creano il gruppettino di “yes, man” in cerca d’autore e visibilità politica non avuta nel PdL.

Che non si pensi che far politica sia un gioco per tutti e che i problemi dell’Italia non resteranno gli stessi anche se FLI dovesse avere un grande consenso. Perché il paese è questo che abbiamo e un cambio culturale richiede decenni, non solo cambi di maggioranza e sparate da applausi, non solo dichiarazioni ad effetto magari neanche suffragate da voti differenti e da distinguo.

FLI non è e non sarà un partito di massa. Il voto a FLI sarà consapevole e centellinato, perché il suo elettorato potenziale risulta molto attento e critico. Dà fiducia ma la toglie nel giro di pochi attimi. Non è un elettorato identitario, ma legato all’opinione, e si misura giorno dopo giorno.

Se FLI incarnerà realmente la voglia di cambiamento, tradita da altri, se le scelte saranno coerenti all’impostazione di massima, se non sarà un partito che ruota solo sulla figura di una persona e qualche neo-colonnello di provincia, la fiducia non mancherà. Altrimenti sarà solo un altro piccolo sogno perduto nella giungla di parole e simboli.

 

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