nuragheCome ogni buon cittadino ogni giorno guardo il web e mi informo su quel che accade nel mondo e nella mia isola, parlo e mi confronto con le persone più disparate davanti a un caffè o a una pizza.

Il quadro è sempre più sconfortante: negozi che chiudono, turisti che scelgono altre destinazioni, ragazzi che partono per non morire di noia e disoccupazione, collaborazioni infrante, parole date e mai mantenute, strette di mano che valgono zero, persone parcheggiate nei bar o negli angoli della strada. E poi manifestazioni, presidi, scioperi. Qualcuno dice che accada ovunque, bene, bravi, bis, io mi limito a osservare quel che vedo da vicino con i miei occhi.

La nostra Isola pare andare verso il baratro e a nulla serve sperare anche se è gratis: una persona, un partito, un’idea. Ultimamente l’approdo dei sogni sembra questa famigerata “zona franca” che sta riempiendo internet (su cui nutro forti dubbi), le nuove elezioni, la nuova fase politica, l’estate, la nuova amministrazione comunale, i nuovi finanziamenti europei. Tutte speranze che si scontrano poi con la quotidianità.

I negozi chiudono e Cagliari detiene il record: la crisi economica, è vero, colpisce tutti. Ma nessuno ha mai pensato che forse anche la qualità dell’imprenditoria locale non sia altissima e che in un nocciolo di eccellenze che galleggia nell’oceano di difficoltà ci sia anche una marea di improvvisazione e di mentalità antiquata? Nessuno. È sempre colpa della crisi, parola magica, panacea di tutti i mali.

Ho sempre pensato che la parola crisi andasse esaminata non solo come “diminuzione delle risorse a disposizione” ma come messa in gioco (critica) di energie e idee: le crisi economiche frustano l’economia, ma sono anche un momento unico per far emergere buone idee, le professionalità, spessore.

Il buon imprenditore, malgrado le difficoltà, ne viene sempre fuori. Taglia i costi, rivede l’offerta, lavora su altri settori, cerca altri mercati (questo non vuol dire che non colpisca neanche loro, ci mancherebbe). Riesce a prevedere e a provvedere. L’imprenditore improvvisato si lamenta dei soldi e dei clienti, alza le braccia al cielo, ragiona come vent’anni fa senza considerare che il mondo e il mercato cambiano a velocità supersonica. Ecco la differenza.

Sono giunto da tempo a una conclusione, forse troppo drastica (mi dicono che sia un atavico disfattista, ma poco importa), forse troppo qualunquistica, ma ci sta sempre: se nella nostra Isola il problema fossero le persone? Non si spiegherebbe come tantissimi scappano da questa terra e poi dimostrano le loro capacità fuori. Eppure qui a malapena sbarcavano il lunario e venivano cacciati dai propri posti di lavoro, irrisi e offesi. Eccellono nelle più disparate discipline. Amici che, quando li incontro in giro per il mondo, hanno una luce diversa negli occhi, uno spirito e un entusiasmo che ti colpisce. Qui chiunque tenti di puntare al cambiamento viene denunciato come un nemico del popolo, chiunque ha voglia di fare viene visto come un gran rompicoglioni, chi studia e si specializza un presuntuoso e arrivista che vuol togliere lavoro ad altri.

Diciamocela tutta: il sole e il mare ci hanno fottutamente fregato. Viviamo in un posto meraviglioso, non smettiamo di ripetercelo fino alla nausea, ma anche tremendamente inquinato (questo forse non ve l’hanno detto? ma è tristemente vero). Ci vuole un’autocritica sana e onesta.

Siamo arretrati: mentalmente, economicamente, culturalmente, politicamente. Non abbiamo neanche idea del posto in cui viviamo, se non ripetere le stesse frasi, la stagione tutto l’anno, la birretta ichnusa, il maialetto, le foto delle spiagge, il pensiero di De Andrè, la frase di Severgnini, esultare per una squadra di calcio o di basket, quasi che questo nasconda secoli di indifferenza e dia forza e identità a un popolo.

Non abbiamo una classe politica all’altezza della situazione contingente, figuriamoci dell’epoca che ci attraversa: voi vedete in loro degli statisti? sentite nelle loro parole il vento del cambiamento? Qualcuno vi fa battere il cuore? La resurrezione di certi dinosauri ha fatto capire come funziona ancora, e aggiungete pure il triste spettacolo di tanti nostri deputati che a Roma vanno storicamente in ordine sparso: prima le segreterie di partito, poi gli interessi dell’isola. Feudalesimo allo stato puro.

Non abbiamo un’imprenditorialità capace nel dna di raccogliere le sfide del mercato, non abbiamo lavoratori – anche i più umili – che abbiano voglia di sporcarsi le mani: settimane fa ho penato per cercare ragazzi per un volantinaggio o per l’animazione estiva. Tutti impegnati, tutti specializzati, tutti con pretese altissime, magari con curricula scadenti. E che dire di quegli imprenditori che si distinguono per non pagare i dipendenti o trattarli da schiavi.  Non appena provi a fare con loro un discorso di prospettiva, un progetto di lungo periodo, un investimento, getti un’idea innovativa ti rispondono sempre “qui si è fatto sempre così”.

Sia chiaro, non è tutto così: ci sono anche imprenditori onestissimi e capaci e persone che si adattano a qualsiasi lavoro. Ma la stragrande maggioranza è questo che vi ho raccontato. Esperienza personale. La classe politica e imprenditoriale così come quella lavorativa è la cartina tornasole del materiale umano a disposizione.

Non mi interessa più parlarvi di stagione che dura tutto l’anno, puntare sul turismo, recupero del territorio, industria dell’IT. Frasi fatte. Ne abbiamo sentito per decenni. Non appena buttano un po’ di soldi riescono a comprare anche il dolore della gente.

Chi siamo quindi? Un popolo che resterà bambino, non vuole crescere perché crescere significa avere responsabilità e doveri. Meglio tenere solo i diritti, far finta di essere patria, nazione, quando ci conviene, la domenica allo stadio o quando andiamo in giro per il mondo e diciamo con orgoglio “siamo migliori, siamo sardi” offendendoci quando ci trattano da sottosviluppati.  Poi puntualmente con la paura di alzare la voce a Roma perché rischiamo di non vedere più i soldini per mantenerci.

Oggi come oggi non possiamo più pensare all’Isola come a una succursale dell’Italia ma come a un soggetto che deve avere una nuova dignità e speranza, incastrarsi in un contesto molto più ampio, Mediterraneo e nord-africano. 

Chi deve portare questo cambiamento? La parte buona, esiste ancora. La buona politica (quel che è rimasto di anni di tromboni e portaborse), gli intellettuali, i giornalisti, i docenti, gli imprenditori che abbiano voglia di sporcarsi le mani, che superino invidie e gelosie da vicinato, che credano nella crescita come in un’opportunità di tutti, gli autonomisti e gli ecologisti con il sale in zucca e tanti cittadini semplici che come me non ne possono più e non sono convinti delle mezze misure della politichetta.

Unirsi in un grande progetto che non abbia più ganci con i partiti italiani e superi ogni differenza. Ritroviamoci: facciamo un manifesto, 10 punti, coinvolgiamo i cittadini, parliamo con loro. Cultura e istruzione, senso civico, ambiente, innovazione, identità, trasporti, capitale umano, imprenditorialità, democrazia diretta. E poi fiducia. Non ho messo turismo perché da questi 10 punti verrà da sé.

Facciamo tornare le menti geniali scappate all’estero, sfruttiamo le eccellenze che ci sono vicino. Apriamo ponti sul mondo. Ritroviamoci davanti a un tavolo con buon vino. Ripensiamo la Sardegna come potrebbe essere e non più come è stata.

Partiamo dal basso. Dalla gente. Fa sorridere perché prima ho detto che fosse il problema, ma forse qualcuno alla fine può essere la risorsa. Forse è davvero questo il momento in cui non possiamo più accettare le mezze misure e i bicchieri mezzo vuoti.

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