Venerdì ho passato un’amabile serata in compagnia di amici, tra cui una bellissima ragazza, vestita in tiro, con modi garbati e tanto sale in zucca, come piace a me.Chiacchierando del più e del meno, tra una birra e una pizza che non arriva mai, ci siamo soffermati sull’ossessione di frequentare ambienti e locali, apparire ed essere “conosciuti”. Costruire amicizie basate tutte sull’appartenenza al giro giusto, anche a costo di non aver nulla da condividere.

Lei mi raccontava che in un certo periodo della sua vita ha vissuto da vicino questa cagliari “da bere”, di cartapesta, altezzosa e spocchiosa, fatta di benestanti (anche con i soldi altrui), personaggi da Vacanze di Natale di Vanzina, sorridenti indebitati col cuore e col portafoglio.

A fine serata, mi diceva, tornando in auto e chiudendo la porta di casa, mi restava una sensazione strana: la tristezza della gente, dei sorrisi e delle loro pose. Il nulla. Le borse sfoggiate come status symbol da certe ragazzine. I trucchi portati all’eccesso per colpire il primo che passasse. Le scemotte che se la tiravano pur di uscire con questo e quello, farci una storia da raccontare alle amichette tra una sessione di cyclette in palestra e un crastulo da caffè.

“Io frequento tizio, caio, sono qui, sono là, io vado in questo e quel posto”. Possibilmente lo dico, lo scrivo, mi fotografo per dimostrare agli altri chi sono e con chi vado. Mi preparo l’abito chic da giorni, spendo capitali per questo o quell’oggetto in quel negozio, ma devo esserci, qualunque cosa succeda.

La vita sociale forse sta affondando, soffocata dall’apparente luce del business, della moda, del lusso, un bagliore che acceca e illude, alterando la verità e il significato delle cose e dei rapporti.

Ed ecco che una certa idea di movida e di incontrarsi, positiva, da qualche parte diventa sinonimo di sfarzo volgare, di maschere di trucco e denaro. Di auto in doppia fila, di gente annoiata che vuol incarnare la nostra borghesia illuminata, che compra e vende l’affetto degli altri e i rapporti umani, in cui non esistono amici ma tanti conoscenti.

Vedi i risvolti più ridicoli anche nelle comparse, personaggi in cerca d’autore, quelli che magari non sono nel giro ma vogliono entrarci, che non hanno avuto fortune da portafoglio ma vogliono star dentro.

Quelli che spendono gli umili resti di umili lavori per apparire, che partecipano a certi concorsi trash dove si sfila alla ricerca di chissà quale passerella, per essere qualcuno senza aver fatto gavetta, giustificando tutto con un laconico “è un gioco”, “mi ha iscritto mia mamma a mia insaputa”.

La letteratura poi fa il resto, diventa descrizione degli eventi notturni in cui tutti fanno a gara a trovare l’aggettivo o la parola che sia più brillante, almeno per far credere che il lusso sia tangibile e a portata di mano anche se poi tutti sanno che quello non è lusso, ma macchietta, che non ci sono vip ma allicchiriti.

Exclusive, fashion, selezionato, quality….La clientela migliore, la serata più bella, il locale più “in”.

Questa diventa una città in cui tanti, forse un po’ troppi ambiscono a essere qualcosa e qualcuno, calpestando e dimenticando tutto il resto.

Una città in cui alla fine, per quanto piccola che sia, per quanto bella e impareggiabile, ci si sente un po’ più soli.

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