Un’ondata di mojito ha travolto Cagliari e il centrodestra.

Il Massimo vincente, quello giovane, bonariamente chiamato con l’appellativo del celebre cocktail, è riuscito dove tanti avevano fallito: ridare il capoluogo al centrosinistra, assente dalla scena politica cittadina per tanti anni. Lo ha fatto da outsider: espressione di Sel e non del Pd, vincitore delle primarie sul più quotato avversario, attaccato a più riprese per laurea in costruzione e parentele soriane.

E soprattutto lo ha fatto da giovane, in una città che pareva destinata al lento declino, all’invecchiamento fisico e politico, usando chiavi e comunicazione assolutamente nuove.

La sconfitta dell’altro Massimo, educato e mai fuori dalle righe, era quasi segnata fin dal giorno dopo il primo turno: isolato dalla coalizione e mal sopportato dal Pdl (che avrebbe gradito un proprio candidato), rincorso per alcune uscite non proprio brillanti ha messo a nudo i difetti della sua parte sempre più lacerata dalle lotte intestine e dalle contraddizioni di un agglomerato-contenitore.

Passata l’elezione dei singoli consiglieri, infatti, quasi tutti si sono quasi completamente disinteressati del ballottaggio. La campagna elettorale è proseguita senza mordente. Aggiungere poi la disorganizzazione della struttura, un filo di presunzione (mai a Cagliari potrebbero vincere i compagni, si diceva), il poco radicamento nel territorio, la sensazione di “vecchio” che il PdL offre, la base ideologica approssimativa e il cullarsi sugli allori di una città governata per tanto tempo dal centrodestra e i risultati sono arrivati.

A peggiorare il quadro e indispettire gli elettori, l’appello alla paura, gli scenari di città invase da marocchini e criminali, di moschee e zingaropoli, il richiamo al peccato incombente di biblica memoria e la solita cornice di insulti e chiacchiere più o meno velate.

La città non si è spostata a sinistra: semplicemente ha scelto il candidato più rappresentativo del proprio stato d’animo in questo periodo storico. Ha sedimentato l’insoddisfazione e la voglia di cambiamento nel tempo. Si è stancata e ha voluto vedere anche l’alternativa, non è un peccato in un sistema dell’alternanza, è normale e umano.

Il centrodestra potrà riprendersi da questo ko? Difficile prevederlo. Dalla provinciali ad oggi è stato fatto poco per ripensare il partito localmente e per valorizzare le forze migliori. Qualsiasi outsider ha dovuto fare i conti con una classe dirigente chiusa e autoreferenziale, poco avvezza alle novità. Così i giovani, quei pochi che fanno orgogliosamente politica attiva, sono stati adeguatamente anestetizzati e relegati nei ranch, accontentati con qualche carica e prebenda, pacche sulle spalle e corso di formazione politica giusto per non disturbare.

Codice etico, dibattito interno, primarie, ringiovanire la classe dirigente e pensare a un partito territoriale con forte vocazione isolana e autonomista. Ricostruire un modo di fare politica, i suoi linguaggi e le modalità. Ritrovare quella spinta riformatrice del ’94. Tutte sfide importanti, ma che devono camminare sulle gambe di gente e facce nuove.

L’Italia non può permettersi un centrodestra così inconcludente e in ritardo su ogni tematica, completamente slegato dalle dinamiche di una società in continua evoluzione. Un centrodestra annacquato.

Ieri sera tanti ancora calcolavano i seggi a favore o contro il nuovo sindaco per dimostrare una ingovernabilità possibile. Facevano il tifo per un Consiglio in difficoltà.

La litania dell’anatra zoppa è solo l’ennesimo tentativo per rimandare una vera e propria resa dei conti. I precedenti e le prime dichiarazioni dei notabili non sono per nulla incoraggianti.

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