Dove va solitamente un cagliaritano in vacanza? E come intende il concetto di “vacanza”?

Liberazione dai pensieri, omologazione, viaggio dentro di sè, fuga o cos’altro? Indaghiamo un po’.

Sapete tutti che da alcuni anni le mete preferite della “massa” sono quattro: Barcellona, Lloret del Mar, Ibiza e Londra. Tutte tappe inconfondibilmente cagliaritane che si aggiungo a quelle nostrane alla moda (Alghero e Carloforte).

I cagliaritani non sono mai stati pionieri. Sono abitudinari, pecorari, ripetitivi. Basta che qualcuno faccia qualcosa e l’esercito dei cloni segue a ruota. Dove si va quest’inverno? Là. Dove si va quest’estate? Là. Anche a costo di stare stipati come la terza classe del celebre Titanic. Sussurri che “là è figo”, tutti devono provare e far diventare un luogo moda. Così fu per Barcellona e Lloret del Mar. Un tempo anche Bali.

Luoghi da visitare a modo nostro. Possibilmente poi da raccontare: gesta da supereroi, documentazioni di tutto ciò che è accaduto attraverso centinaia di foto che ricordano ogni momento della vacanza, anche le bassezze più profonde. Quanto ho fumato, dove ho vomitato, ecc. Tutto fa brodo nel mondo di internet.

Fuori siamo sempre tutti un po’ più rivoluzionari. Ci scopriamo cosmopoliti, aperti mentalmente. In patria bacchettoni e chiusi. Allora il giocoliere di strada a Londra è un artista, a Cagliari è un pezzente. Lo straniero vestito da alieno fa tendenza, qui è solo un gaggio. Ascoltare musica trance fuori è stile, qui è gaggiumine. Nei negozi puoi acquistare tutto ciò che ti vergogneresti di acquistare in patria: cappellini, magliette, occhiali, gingilli di ogni genere.

E allora le mode si chiamano Praga drinking team, Hard rock cafè e chissà che altra maglietta-effige mi sono perso.

Raramente, per chi viaggia con un’altra sensibilità, incontrare cagliaritani in trasferta è un momento da ricordare: in quello stato spazio-temporale sono ancora più insopportabili e presuntuosi che a casa loro.

Li noti perché li senti da lontano, chiamano il cameriere con un urlo o toccandogli il braccio, perché parlano a voce altissima al telefonino mentre visitano zone silenziose, perché si scolano birra lasciando le bottiglie dove capita. Usano il solito gioco della parolaccia in dialetto per chi non lo capisce. Da buoni italiani, s’intende. Il nostro meraviglioso popolo è così.

Siamo meno viaggiatori e più provinciali di altri, meno abituati al viaggio inteso come conoscenza di ulissiana memoria e perciò facili prede dell’atteggiamento “tutto è permesso, tanto non sono a casa mia”. In effetti senza essere riconosciuti, questo coraggio non manca. Nessuno ha voglia di imparare da altri.

Chi ritorna da una vacanza in un paese ospitale si accorge subito – come accade sovente – se un luogo è pulito, se la gente è cordiale e se il rumore è confinato dove dovrebbe, e se il cameriere ha attenzione verso il cliente. Se la gente sorride. A me accadeva in Irlanda: vedevo gente sorridere e non sfidarti come fanno certi personaggi con cui incroci gli sguardi al semaforo, per poi volare via con la loro GT turbo iniezione.

Non si capisce perché allora, in questo contesto rilassato e di rispetto verso di noi, i cagliaritani (e gli italiani) debbano distinguersi: si debba urlare per chiamarsi a due metri di distanza, perché ritengano che l’unico modo per stare in un luogo sia farsi notare il più possibile per maleducazione. E perché non si cerchi di rispettare le abitudini del posto, anche se sono un po’ meno libere delle nostre.

Con le lingue straniere, si sa, siamo un disastro, abituati a fare questi ridicoli “soggiorni studio” sempre ed esclusivamente con connazionali in cui tutto si fa fuorché imparare inglese, diciamocela tutta!

Chi ha imparato un po’ di inglese ha una pronuncia da brividi, ma siccome a Londra ci va una volta e forse mai più, usa la lingua dell’arrangiarsi. Tanto mi capiscono, si sente commentare. Vero. Lo sforzo lo fanno gli altri, noi no.

I giovani si trasformano in barbari. Amano spostarsi in cricca per non sentirsi soli e per ricalcare la propria predominanza. Se vai all’estero, non puoi partire da solo. Non si conosce nessuno, non si fanno nuove amicizie, non si osserva come vivono gli altri e soprattutto non si guarda fuori dal finestrino senza ascoltare musica a palla nell’orecchio o giocando con gli sms o ricordando su facebook che si è qui o là per poi farlo leggere ai propri contatti.

Ci sono altri tipi di italiani in vacanza all’estero e sono quelli che non si fanno notare: viaggiano soli. Usano gli ostelli o le pensioni a basso prezzo, si spostano coi mezzi pubblici, accettano di parlare con altri viaggiatori come loro scambiandosi consigli e impressioni e non perdono occasione per chiedere informazioni scoprendo quello che nessuna guida turistica può offrire. Non è raro che finiscano le vacanze con una persona appena conosciuta e magari incontrino l’amore inatteso.

Li troveremo meno nelle discoteche e più per le strade a guardarsi attorno e scattare foto di volti nuovi, paesaggi nuovi, tramonti intensi.

Forse siamo un popolo timoroso delle novità, che vede pericoli anche dove non ci sono e che preferisce la sicurezza dei luoghi conosciuti e ben delimitati un po’ come se fosse a casa propria. Delle facce conosciute e delle lingue parlate.

Ci metteremo tanto ad imparare, ma qualcuno magari ha già cambiato la propria mentalità invertendo la rotta e cancellando i luoghi dove incrociare concittadini.

Partire, perdersi e tagliare i contatti con la propria isola felice. Scegliere luoghi strani e particolari. Fregarsene per un po’ della pazza folla, delle discoteche trend, dei posti dove ritrovi tutto tranne te stesso e del vociare assordante delle nostre latitudini.

Per un po’ non sentirà la nostalgia.

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