Nel Pdl è partita la caccia alle streghe. Tutti, ma proprio tutti hanno elaborato analisi, scritto editoriali, fatto dichiarazioni per giungere a una conclusione quasi geniale: le colpe sono sempre di qualche altro. Una conclusione tipicamente italiana e pallonara. Come quando la nostra squadra del cuore perde: la colpa è sempre degli arbitri.

EÈ mancato in questo importante momento della storia del partito chi prendesse in mano, in Sardegna o in Italia, da vero leader, la situazione, che parlasse senza reticenze del flop (candidati bocciati e percentuali di discesa) e facesse un sano e maturo mea-culpa, toccando gli elettori al cuore e mettendo davvero le basi per un rinnovamento.

Nulla di tutto questo, anzi. Sintomo di un progetto che non è mai esistito fin dai tempi del predellino, con una classe dirigente che si è tenuta sempre a debita distanza da simpatizzanti ed elettori, trattati da debitori di fedeltà eterna a chi li guidava e rappresentava.

Una cambiale in bianco, guai la critica o il cambio idea, pena la sconfessione e l’accusa di tradimento.

Il timore di andare alle primarie è la cartina tornasole dei vizi. Quando le proposi una delle risposte più brillanti e sensate che sentii fu “ma sono di sinistra”.  Fare le primarie, infitti, significa intaccare molte teste coronate e ogni tentativo che proviene da settori dinamici del PdL si scontra con l’indifferenza e il boicottaggio del resto.

Non si spiegherebbe, poi, la difesa del metodo proporzionale che allontana la gente dalle scelte dei candidati, opzione prevista invece nelle amministrative, con i risultati che abbiamo davanti agli occhi.

E poi, permetteteci una riflessione: può un partito serio e di governo evocare l’anatra zoppa, aspettare con speranza l’ingovernabilità a Cagliari?

 

È stata persa una buona occasione, l’ennesima. Il resto sotto gli occhi di tutti: le divisioni, il caos, le fazioni, la mancanza di dibattito e democrazia interne, la poca attitudine al confronto già ampiamente segnalata da Fini all’ultima direzione nazionale, quella della cacciata. Ma quando l’ex presidente di An accennò a questi peccati originali si ricordano  le accuse di lesa maestà. Invece Fini vide lontano e profetizzò.

 

Se Sparta piange, Atene di certo non ride. Non può esultare il Pd che ha visto bocciati tanti suoi candidati dalle primarie fino alle elezioni: il Sel ha inferto una sonora sconfitta al partito Bersani che tenta di salire sul carro dei vincitori.

 

Tra le rovine sono restati in piedi i due candidati alla poltrona di via Roma: Zedda e, diciamo la verità, anche Fantola. Al di là delle battute da facebook e delle stilettate da campagna elettorale, hanno dimostrato di essere due leader.

 

Appena sconfitto, il buon Fantola ha fatto i complimenti e gli auguri al neo-sindaco e ha ringraziato tutti quelli (singoli cittadini e partiti) che hanno creduto in lui. Si è caricato tutte le responsabilità, senza capri espiatori. Forse avrebbe avuto motivi per cercarli, ed invece… Una grande prova di stile e fair play.

Zedda non è stato da meno: non si è fatto ammaliare dall’idea di delegittimare il lavoro di Emilio Floris. Ha scelto un profilo basso, quello giusto e dosato del “sindaco di tutti i cagliaritani”: la città era andata avanti anche con il centrodestra.

 

Ora tocca proprio a Zedda: passato anche il rischio dell’anatra zoppa non ci sono più alibi. Bisogna dimostrare maturità per rimettere in moto la città, non solo con gli slogan.

Sull’Anfiteatro e il Poetto temporeggia, come già il suo predecessore. Una scelta condivisibile e di realpolitik in un momento delicato in cui ci sono in gioco capitali e contratti, lavoro e turismo. Ma, sia chiaro, terminata l’estate sarà il momento di prendere posizione netta su queste e altre vicende irrisolte per legittimare l’ansia di cambiamento che la gente gli ha riversato addosso. Altrimenti sarà l’ennesima promessa, l’ennesima incompiuta, un po’ come il terminal crociere, dove la città ha davvero salutato l’uscita di scena di Floris e del centrodestra cagliaritano.

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