02Era ovvio che la partita di campionato Cagliari-Milan attirasse le attenzioni della gente

Il calcio ha la capacità di attirare le attenzioni della gente in maniera ossessiva. I giornali e le tv fanno il resto, dedicando aperture, titoloni, servizi di copertina, speciali e approfondimenti.

Immancabili (come siamo abituati da tempo) le polemiche sul campo dove si sarebbe disputata la gara, che è rimasto in bilico fino a qualche settimana prima. Is Arenas o Torino? La gente è stata caricata a dovere per creare l’effetto giusta: ansia, rabbia e emozioni. Rancori e idea di ingiustizia.

Pugni sulla stomaco, ma che vogliamo aspettarci? Un paese che vive il calcio come ragione di vita non ha un gran futuro, e non credo a quelli che lo vedono come sfogo, visto che per sfogo mi pare di capire si intenda genitori che insultano arbitri davanti ai figli, sporco negro e figlio di p… gridati con disarmante facilità. Poi ci sono quelli che dicono “occhio ai cori razzisti” perché in tal caso si perde la gara, non perché si dà dimostrazione di inciviltà. Il risultato prima di tutto, ci mancherebbe. E guai a dire qualcosa di diverso, si viene additati come nemici del popolo.

Ma il fatto che ha generato maggiori polemiche e discussioni è stato il servizio di mediaset premium sullo stadio, che voleva raccontare le condizioni dell’impianto Quartese: “Vi facciamo vedere alcune immagini che abbiamo girato oggi, prima del match di Is Arenas tra Cagliari e Milan”. Immagini, in realtà, sono state girate altrove: in un kartodromo abbandonato di Arborea, a 90 km da Cagliari.

Una svista clamorosa, che ha fatto arrabbiare i molti. Mi sono chiesto, allora: dov’è la novità? Ci si accorge della mala informazione solo oggi e solo quando tocca il nervo scoperto del calcio (che, con tutto rispetto è un gioco, uno sport, anzi un business e non riguarda la vita reale della gente).

Allora mi sono ricordato certi servizi di Studio Aperto, la notizia delle ville ai Rom e tanti altri bluff della stampa, smascherati dopo poco tempo anche grazie alla rete e al giornalismo indipendente. Mi sono ricordato persone sbattute in prima pagina per poi essere risultate innocenti, ma con vite violentate.

Non me li sono dimenticati. Senza pensare a quanti altri scoop finti vengono somministrati al povero telespettatore medio, che non è dotato di curiosità e non si pone domande. Ci crede e basta. E con l’informazione si crea le proprie opinioni. Non è poco, vero?

La malainformazione è un grosso problema del nostro paese, forse anche più della politica: chi scrive le notizie dovrebbe avere un’attenzione massima per ciò che viene trasmesso o stampato, attenzione che mi pare manchi, controllo inesistente, alla ricerca sempre del sensazionalismo e della notizie che possa vendere, della distruzione dell’avversario. Ma se non vendi, non esci: che giustificazione inutile e ipocrita, inaccettabile, che rappresenta la fine del giornalismo come momento di crescita di un popolo.

Questa è la prima riflessione da fare.

Per fortuna ci sono anche le note positive: Sardegna Quotidiano che riprende le sue uscite dopo mesi d’assenza e il nuovo progetto Globalist gestito da una redazione di giovani giornalisti. Due altri piccoli spazi di libertà in un mondo dell’informazione fin troppo piegato sui grandi gruppi editoriali. In bocca al lupo!

Leave A Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.