Come tanti auspicavano, o almeno, osservavano i più attenti alla vigilia, Cagliari è andata al ballottaggio.

Mentre i soliti “destrorsi” geneticamente modificati continuano la litania dei “traditori” finiani e passati a sinistra senza guardare il proprio orticello depauperato di valori e tradizioni in cambio di prebende in esaurimento, il PdL, sempre più supermercato di candidature e voti e sempre meno caratterizzato da democrazia interna, partecipazione, apertura alla società civile e programmi, si apre uno scenario nuovo per Cagliari, la possibilità che la città non sia più del centrodestra.

 

Intanto i numeri: il centrodestra ha perso 8 mila voti, il PD ha superato il PDL sceso al 16%, mentre nel 2006 FI e An insieme sfiorarono il 25%. Un dato messo all’angolo, ma che può già raccontare un flop di un partito dove “i colpevoli sono sempre gli altri”, dove “nessuno si dimette”, dove “tutto cambia, nulla cambia”.

 

E poi, il ballottaggio. Inatteso. Uno smacco per chi negli ultimi anni vantava (a ragione, visti i numeri) la città come baluardo inespugnabile, una grande e forse inattesa vittoria per il centrosinistra, che credeva poco nella figura di Zedda, boicottata da buona parte del PD e delle famiglie radicalchic che avrebbero apprezzato sicuramente Cabras.

Ma Zedda è andato oltre, catalizzando la base, i giovani, gli attivisti ma soprattutto incarnando la trasversale voglia di cambiamento e volti nuovi.

 

La voglia di cambiamento c’è in tanti cagliaritani, compresa in quelli che idealmente sono con il centrodestra ma non sopportano più questo centrodestra.

Hanno cominciato a giudicare – con un lasso di tempo utile – l’operato e le scelte, l’assenza sul territorio e il continuo rimandare. Ma è una voglia di cambiamento strabica, emersa sì a livello di voto per la prima carica cittadina ma in ritardo sul fronte liste e candidati, visto che in Consiglio sono rientrati tanti volti noti (e purtroppo pochissimi giovani e donne), già ampiamente stagionati. Non è una critica, ma un dato di fatto. E siam sicuri che qualche “trombato di lungo corso” verrà riproposto in qualche carica assessoriale come regalo per la non-rielezione.

 

Il PDL (e quindi Fantola) hanno pagato a duro prezzo il veto su FLI, senza imparare la lezione delle provinciali, quando Milia superò un Farris già vincitore al primo turno (in quel caso il terzo incomodo era Massidda). Errare è umano, perseverare è da centrodestra. E in questo caso più che di anatre zoppe o non zoppe, bisogna parlare di polli.

 

Il partito di Silvio si conferma incapace di rigenerare la classe dirigente, discutere, aprire il fronte e cambiare marcia, nonché di dare spazio alle forze nuove e soprattutto ai giovani. Contenitore di interessi e pulsioni della società, non riesce però a canalizzare gli stessi in azione politica, mancando di una forte e chiara idea di città e di politica, di trasformazione del consenso in amministrazione e scelte, se si esclude la mobilitazione elettorale (neanche tanto organizzata…) ridotta a banchetti, sbandierate e riunioni con qualche “big” nazionale e la solita chiamata alle armi dal pericolo comunista imminente e dai nemici del “popolo moderato” e della “maggioranza degli elettori”.

 

Ma la gente ha già saltato l’ostacolo della sterile divisione destra/sinistra, comunisti/fascisti, delle parole che agitano e fanno la schiuma dei finti moderati (quelli con la puzza sotto il naso, per intendersi) alimentata dai nipotini della Santanchè, dagli urlatori da comizio permanente. La gente comincia pure a guardarsi attorno, a non essere perennamente ancorata alla bandiera e all’ideologia, se essa non si configura politicamente in candidature e programmi credibili, a cercare volti giovani e nuovi, pur apprezzando il lavoro dei sindaci Floris e Delogu.

Ecco perchè tanti  hanno dato il voto a Zedda. Non perché fossero diventati automaticamente di Sinistra ma perché in queste elezioni Zedda ha dato l’idea, un po’ confusa ma pure sempre l’idea, del “nuovo”.

 

Un altro dato significativo, e drammatico, con buona pace degli amici di La Russa e Gasparri che abbracciano il progetto PDL senza “se” e senza “ma”, è la cancellazione degli ex An. C’è sempre meno destra. Fuori purtroppo l’amico Ale Serra (uno dei migliori a mio parere), fuori l’ex segretario Edoardo Usai, fuori Delogu jr anche se in questo caso An non c’entra nulla, giusto un figlio d’arte. Si salva in extremis (e con piacere) il bravo Francesco Fiori.

 

Le comunali si confermano, insomma, un’arena sanguinaria in cui si pronuncia amore per Cagliari ma dietro l’angolo sono tanti i colpi bassi, le promesse non mantenute, gli amici che cambiano strada se non li voti, candidati che spuntano come funghi, di soldi buttati qua e là come santini, di slogan senza senso.

 

Una lotta fratricida in cui in cui vince chi ha costruito una rete di conoscenze e di rapporti tale da potersi garantire un pacchetto importante di consensi. Un sistema ramificato di appoggi che vadano oltre la semplice popolarità e simpatia, bravura o meno.

Gli altri, per quanto forti, purtroppo vengono penalizzati dai mille tarli dei candidatini che rosicchiano decine di voti. L’amico di, il vicino, il parente, lo zio, il cognato, il presidente, il panettiere, l’ortolano, l’arrotino. Gente che si candida “tanto per…” solo per riempire e completare le liste.

 

Ora conterà davvero ciò che Fantola e Zedda sapranno trasmettere in questi giorni. Se sapranno toccare le corde giuste di una città che, passato il grande circo barnum delle elezioni, dove tanti, troppi, si son fatti pubblicità gratuita parlando a sproposito di destra e sinistra, di politica e di problemi (di cui poco gliene fregava, gliene frega e gliene fregherà) riprenderà la sua routine di noia e indifferenza. Di estati al Poetto, caffè infiniti, risultati del Cagliari, pagine dei morti, chiacchiere e crastuli.

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