A Pasqua tutti assenti, compresa la crisi

Dite la verità: per un attimo vi eravate emozionati ammirando il nuovo logo stilizzato della Chiagliari città turistica del 2012. E poi, ammettetelo, un brivido avrà scosso la pelle leggendo lo slogan della nuova campagna promozionale della Regione firmato da nientepopodimenoche Caterina Murino. “Al primo accenno di raffreddore, presto, Sardegna”. Ma come un rondine non fa primavera, nemmeno uno slogan o un logo fanno città turistica.

 

Martedì dopo Pasqua e Pasquetta: tutti ancora a digerire i pranzi, raccontarci le gite e le tavolate, a leccarci le ferite e a leggere – come tradizione da decenni – la solita notizia, una di quelle che possono cambiare stagioni, mode, politici al potere, tradizioni ma restano sempre pronte a coprire i quotidiani e i siti nel primo giorno lavorativo: “Cagliari, serrande abbassate per le festività”.

 

Dov’è la novità? Nessuna novità. Mentre la politica cavalca dal tempi biblici l’idea parolaia e chiacchierona della “città turistica” (slogan ad effetto per ogni elezione), c’è una città (i suoi operatori, ma anche i suoi abitanti, ammettiamolo) che di turistico proprio non ne ne vogliono sapere. Serrande abbassate, via-via generale, a Pasqua e Pasquetta meglio fuggire altrove.

 

Sia chiaro: ognuno può aprire o non aprire a proprio piacimento, ma una serrata e una città vuota di questi tempi sono un chiaro segnale: la crisi non c’è, non abbiamo bisogno di turisti, non ce ne frega nulla di guadagnare qualcosina, siamo contenti e soddisfatti. E allora, non si levino più le proteste sulla crisi e sugli incassi, se nessuno vuol fare sacrifici.

 

Perché, dunque, sbatterci con aperture straordinarie, consorzi, convegni dei riformatori, progetti, slogan, finanziamenti, creativi e grafici all’opera, siti, cartelli, infopoint?

 

Cagliari non ne vuol sapere dei turisti, dei forestieri, di organizzare una programmazione ad ampio respiro e cambiare la mentalità della gente. Il visitatore è una rottura di scatole: non parla la nostra lingua, chiede, vuole servizi e ospitalità, ci impone di essere cordiali e gentili, di chiudere le finestre di casa, di restare aperti invece che starcene tranquillamente appollaiati a berci un drink in qualche posticino più tranquillo.

 

Se dalle altre parti il turista è un’occasione di sviluppo e guadagno e la stagione turistica comincia a Pasqua (provate a vedere che spiegamento di forze si fa nella riviera romagnola, per esempio) da noi la data è “leggermente” spostata: se va bene dal primo al 15 agosto, se va bene. Poi un po’ di Sant’Efisio, un po’ di Fiera a farci le foto sulle ruspe e comprare torrone, la solita contabilità della bottega (forse turisti in aumento, forse turisti in calo), le crociere, qualche avventuriero. Il resto è noia.

 

Ognuno ha quello che si merita. Cagliari merita di restare una città di provincia, con tutti i suoi sogni mancati e le sue ambiguità quotidiane. Non starò qui a raccontarvi le sue enormi potenzialità: uscite di casa e fatevi una passeggiata per le vie del centro e di Castello. Troverete le risposte, ma già le conoscete perché voi amate Cagliari forse anche più di me.

 

Allo slogan “Cagliari turistica” non ci crede più nessuno da tempo. Non ci crede neanche l’amministrazione comunale che ha perso un’ottima occasione di rilancio. In fondo un lowcost a Barcellona o qualche capitale europea – se prenotato con sapiente anticipo – potrebbe anche costare meno di qualche menù da ristorante vip dalle nostre parti o di qualche trattoria con prezzi sapientemente “ritoccati in chiave turistica”. Nel prezzo, magari, ci trovi pure accoglienza e cortesia che a Cagliari e dintorni sono un lusso che non ci possiamo permettere, presi come siamo dalla presunzione di essere i migliori di tutti.

 

Ps: per evitare i soliti lamenti di quelli che dicono di “non fare di tutta l’erba un fascio” elogio pubblicamente tutti quelli che ieri e avant’ieri hanno aperto e lavorato.

Pochi ma buoni.

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