Bar Caddeo di Sant’Avendrace, faccio colazione prima di partire. Una voce di donna mi dice una frase diretta e spiazzante:
“Uomo, mi offri qualcosa?”.
La vedo. So chi sia. Credo che si chiami Laura. Conoscevo già, almeno in parte, la sua storia e le sue vicissitudini.
Non mi sento di tirare dritto ed entrare senza dirle nulla.
È la prima volta che ci parlo e non nego di voler capire di più, oltre quello che ho letto. Sapete, non mi fido troppo dei racconti altrui mediati dal chiacchiericcio cittadino.
Mi spiega cosa voglia: “Un latte di soia, poi una spremuta, poi qualcosa da mangiare”. Parla, straparla, puntualizza, chiede, corregge. Per ordinare fa mille questioni: il bicchiere, il gusto, la temperatura. A un certo punto mi chiede persino di lasciarle latte e dolci in una posizione che lei reputa più pulita rispetto a una panchina dove inizialmente posiziono tutto.
Sarà l’abitudine, sarà la fortuna di fare un lavoro sempre a contatto con tante persone. Dietro quei comportamenti non riesco a vedere arroganza o cattiveria. Vado oltre le prime sensazioni che l’istinto mi offrirebbe a buon mercato. Vedo invece una fragilità enorme, mascherata da bisogno di controllo, da paura, forse dal tentativo di mantenere un ordine personale esterno mentre dentro tutto è più complicato.
Non è facile interagire con Laura, lo capisco.
Il dialogo, infatti, prosegue con altre richieste e domande. Respiro. Il personale del bar mi guarda, quasi ammirando la pazienza che sto avendo nel starle dietro. Pazientano anche loro, e capisco bene che non sia per nulla facile, alle prese con tante persone che iniziano ad affollare la mattina del bar.
In alcuni momenti uso anche un po’ di fermezza, perché aiutare qualcuno non significa perdere il confine. Però credo che, con un po’ di pazienza, si possa dare qualcosa: ascoltare.
Alla fine, quando le dico che sto per andare via, Laura mi chiede di fermarmi un attimo, perché vuole ringraziarmi. Mi chiede di passare alle Librerie Paoline e di ascoltare una sua canzone cercandola su Internet. Parla di un cuore di Maria, di pagine da leggere o fotografare o almeno così ho capito.
Accade qualcos’altro che però mi colpisce ancora. Con la coda dell’occhio, mentre la macchina si muove, osservo: lei si avvicina al latte e ai rotolini che le avevo offerto, li studia, li osserva. Sembra ritrovare un po’ di pace. Non so se poi li abbia consumati o meno e se ne avesse davvero bisogno.
In tutto questo caos di emozioni e parole, di mille domande di Laura ancora nella testa, mentre prendo la strada per l’aeroporto, penso che non ho soluzioni o ricette per nessuno. Ascoltare le persone è già un passo avanti. Le rende meno invisibili e noi possiamo diventare più consapevoli della fortuna che abbiamo e del mondo reale che ci circonda.
Un allenamento alla vita di cui ho bisogno ogni giorno.
(Volevo ringraziare anche il personale del Bar Caddeo, che ha avuto grande pazienza e delicatezza.)