Ieri sera mi sono preso una serata di pausa da DJ per rimettere a posto un po’ di cose, riposare la mia mente musicale, respirare, scrivere e mangiare qualcosa fuori città.
Ogni tanto sento il bisogno di uscire dal suono, di lasciare che il silenzio faccia il suo lavoro.
Poi sono tornato in città, mentre la notte aveva già cominciato il suo corso: e ho guidato senza fretta, girando un po’ in macchina, senza una destinazione precisa. Largo, Via Roma, viale Colombo, Stadio.
Volevo guardare la notte sotto occhi diversi, come un Lucignolo adulto, non più attratto dal divertimento in sé, ma da ciò che esiste ai margini, dall’anima, da ciò che non viene raccontato. La notte cambia i contorni delle cose. Di giorno tutto sembra avere una funzione, una direzione. Di notte, invece, restano le domande e i punti oscuri.
Ho pensato ancora una volta alle storie delle persone che la notte non la vivono come noi. Non in una consolle, non seduti a un tavolo, non dentro un locale illuminato. La vivono nascosti, o forse semplicemente dimenticati, sotto un ponte. Per esempio sotto quelli dell’asse mediano, dove ogni giorno passa la gente, migliaia di vite che scorrono veloci, ognuna con le proprie urgenze, i propri pensieri, le proprie ansie.
E lì sotto, come se sostenessero silenziosamente il peso di tutte queste vite comuni che scorrono sopra di loro, chiuse in macchine da lucidare, ci sono uomini che vivono in stanze fatte di cartone e plastiche, qualche coperta, oggetti recuperati, cose lasciate da qualcuno che si è fermato per un momento. Piccoli rifugi precari, esposti al vento, alla pioggia, all’indifferenza.
Ne ho visto uno l’altro giorno, camminava lungo il bordo della strada. Un amico mi ha detto che sono due, ma non saprei dirlo con certezza. La notte li protegge e allo stesso tempo li cancella, li rende invisibili agli occhi di chi non vuole vedere.
Sono passato anche stasera, mentre la città veniva bagnata dall’ennesima pioggia e il termometro faceva 13 gradi. Le luci delle auto si riflettevano sull’asfalto bagnato, creando scie intermittenti. Lì sotto, invece, tutto era fermo.
Mi sono chiesto che male abbiano fatto questi uomini.
Mi sono chiesto perché non abbiano diritto a una casa, a un letto caldo, a una stanza in cui chiudere una porta e sentirsi al sicuro.
Mi sono chiesto se qualcuno conosca il loro nome, la loro storia, se qualcuno li stia aspettando da qualche parte, o se a un certo punto la loro assenza sia diventata normale per tutti.
Guidando via, ho avuto la sensazione che la città continui a vivere sopra di loro senza accorgersene. Fa più male non la povertà in sé, ma l’invisibilità.
La notte, quando si ha il coraggio di guardarla senza pregiudizi, è uno specchio. Voi direte divertimento e perdizione, caos e malamovida. Io che la conosco noti altro. E dentro quello specchio non ci siamo solo noi, con i nostri sogni, la nostra musica, le nostre libertà. Ci sono anche le vite che il mondo ha messo da parte, e che continuano a esistere, “senza far rumore” come cantavano i Timoria, sotto lo stesso cielo.