Quasi per caso, lungo la provinciale 46, la strada della mia adolescenza, incrocio le luci e le bandierine che addobbano le vie di Villamar.
È la festa della Beata Vergine Maria di Itria, e il paese si raccoglie in una piazza.
Le lampadine colorate pendono leggere tra le case, la torre della chiesa è illuminata come una guida. Parcheggio e la cerco tra le vie del paese.
Lì sotto, la gente è attorno a un palco.

Un DJ suona remix di house e dance, ma nessuno balla: tutti fermi, stipati, lo sguardo verso il vuoto in attesa di qualcosa che ancora non arriva. Mi domando chi sia quel DJ, ma nessuno lo sa. Poi appare Fabio Rovazzi. I cellulari si accendono, la folla esplode in un grido e capisco che la vera attrazione è lui. Scherza, lancia battute, prova a tenere la piazza viva. Canta i suoi successi e pezzi meno noti, con quel volto gentile e spensierato che non puoi disprezzare, anche se appartiene al mondo liquido dei social. Eppure, nelle pause, sembra consapevole che il suo momento d’oro è già passato. Il DJ lo accompagna con mashup potenti, ma quando Rovazzi lascia il palco la piazza si svuota.
Una donna dice all’amica: «Avessero preso i Lapola, almeno avremmo riso!». Il comitato intanto stacca biglietti per la lotteria: 2 euro e cinque e tra due giorni ci si gioca la fortuna.
Mi sposto nella zona delle giostre, più sotto rispetto alla piazza. Prendo una birra, mi siedo e lascio che siano gli altri a raccontarmi la festa. Accanto a me, una coppia discute sottovoce, ma con le parole di chi ha vecchie ferite:
«Io non sono cambiato per niente», dice lui, quasi a difendersi.
Lei resta in silenzio, con lo sguardo severo che pesa più di mille parole.
Intorno, i tavoli si riempiono di patatine con dosi generose di maionese, Coca-Cola e bottiglie d’acqua. Un ragazzo con la maglietta bianca aspetta che qualcuno compri i suoi prodotti, osservando con fiducia il passaggio della gente. Poi arrivano due bambine che chiedono zucchero filato, e lui si illumina: finalmente un sorriso gli attraversa il volto.
Le giostre hanno scritte in inglese: la shooting gallery con le lattine da abbattere, il Far West con il tiro al bersaglio, le lotterie di pupazzi. In un’altra c’è scritto “Si vince sempre”. Al punch ball si formano capannelli di ragazzi: le sfide sono serrate, i pugni si susseguono tra urla e risate, e poco più in là ragazze curiose osservano chi colpisce più forte. È un piccolo teatro di coraggio e vanità.
Il Tagadà resta l’attrazione più richiesta: tre coraggiosi salgono, il conduttore urla “3, 2, 1!” e la giostra prende velocità, mentre tutti attorno ridono e applaudono. Dal microfono degli autoscontri la voce del DJ accompagna il girotondo dei paraurti:
«Attenti ragazzi, non si corre al centro!». Eppure tre valorosi, di cui uno con canotta nera e anni non più adolescenziali, cammina in equilibrio con altri ragazzini.
«Occhio alla macchina blu, che fa strage!»
«Baci e abbracci si fanno fuori, qui si urta soltanto!»
Frasi tra sirene e alle risate, profumo di panini imbottiti e luci.
La musica rimbomba, tra dance dai bassi profondi e reggaeton veloce, confondendo le voci e i pensieri. Sotto le lampadine colorate, le locande restano piene fino a tardi. Si mangiano piatti semplici sulle panche di legno. C’è chi ride, chi gioca a carte, chi osserva le griglie ormai spente. Alla Sa Lassa arrivano le ultime ordinazioni, e i ragazzi con la maglia gialla cercano di riportare ordine tra i tavoli.
Il paese è addobbato con luci e bandierine che salgono fino alla torre della chiesa, anch’essa illuminata. Alcuni arrivano vestiti in fretta, quasi in abiti da casa, altri sono eleganti, perché la festa della Madonna resta un appuntamento importante e guai a non sfoggiare l’abito migliore.
E mentre cammino tra le luci, mi riaffiora un ricordo: da bambino, tornando in auto dai paesi dei miei, vedevo dopo Ferragosto Villamar vestito a festa. Mia madre mi avvertiva sempre: «Stai attento, che a Villamar la gente è cattiva e ti picchia». Me lo diceva con aria seria, e poi aggiungeva la storia di mio zio Elia, grande suonatore di fisarmonica, costretto un giorno a restare su un palco a suonare per ore senza poter scendere. Io me lo immaginavo prigioniero della sua stessa musica, circondato da gente che continuava a chiedere bis.
Rivedere oggi – per la prima volta – quella stessa festa “pericolosa” mi diverte e mi spiazza. È come aver rotto un incantesimo. La piazza è cambiata, la musica è cambiata, io sono cambiato, ma l’eco di quelle raccomandazioni e di quella fisarmonica del mio caro zio, che spesso allietava le domeniche di Poggio con i parenti riuniti in conclave, sembra ancora essere da qualche parte.
