Tixi

Il tramonto a Buggerru

Quando viene sera a Buggerru, il tramonto va cercato con la giusta angolazione. Non basta mettersi davanti al mare e aspettare nonostante siamo sulla costa giusta. Serve un atto di precisione: trovare il punto esatto in cui il sole scende come una fish arancione, infilando il suo bordo luminoso proprio tra l’imboccatura del molo e la linea d’acqua. È un taglio netto, un incastro perfetto di luce e pietra, che dura pochi minuti e tinge tutto di arancio.

Il porticciolo, le barche ferme, i pescatori che armeggiano, le case disseminate come se qualcuno avesse lanciato i dadi — tutto sembra respirare nella stessa tonalità calda.

Piano piano, la gente cambia passo. I teli da mare vengono scrollati, le ultime chiacchiere sulla spiaggia si dissolvono nel rumore delle onde, i cellulari tornano in tasca dopo aver immortalato l’ultima luce.

Quando vengo qui d’inverno, il vento regna incontrastato. Lo chiamano paradiso dei surfisti, e la sabbia è un cumulo silenzioso che si alza senza pietà; ma adesso, in agosto, la spiaggia è il regno dei bagnanti da ombrellone, di chi viene a discutere di tutto guardando l’orizzonte.

C’è un baretto, gestito da giovani, con i sostegni in legno decorati da motivi aztechi, un pezzo di Mesoamerica nel cuore di Buggerru. Dentro, musica latina e un pingpong che diventa uno stadio, con una sfida infinita tra due bimbi spagnoli con magliette di due squadre e i genitori che programmano un’escursione davanti a due sontuose birre chiara.

Si risale sulla via Roma, quella che sembra il fiume principale, tra bar, botteghe e ristoranti, offrono pesce freschissimo, ma a prezzi che ricordano al turista che questo non è un posto costruito solo per lui. Un rivenditore di dolciumi di nome Ignazio chiede ai bimbi se vogliano caramelle a forma di pizzetta o quelle a tuorlo d’uovo. Scherza sul fatto che ogni giorno qualcuno gli domanda se il giorno dopo sarà ancora là.

È un miscuglio curioso: da un lato gli abitanti, che continuano a vivere il paese d’estate come se nulla fosse con quelle ritualità classiche, la birra al bar, la spesa, le parole e i racconti nell’aria della sera prima di andare a dormire, pantaloncini e canotte, su sedie leggere e soggiorni retrò spalancati agli sguardi sconosciuti; dall’altro, negozi e locali che cercano di intercettare un’economia stagionale, senza snaturarsi troppo.

Il Bar Orrù resta un crocevia di anime. Il bancone d’acciaio e l’insegna gialla con il carattere corsivo hanno un’aria d’altri tempi, e chi ci si siede sa che prima o poi vedrà passare qualcuno che conosce.

Altre chiacchiere escono e si mescolano al vociare della piazza vicina, dove i bambini scoiattolo sul pavimento liscio, i genitori li guardano seduti, e ogni tanto un cane attraversa la scena con passo lento, come se facesse parte di un copione.

Più avanti, una scalinata illuminata attira chi cerca la foto perfetta instagrammabile, provando e riprovando la posa.

Ci sono coppie, famiglie, qualche surfista con la tavola sulle spalle che sembra vivere solo tra le onde, abbronzatura e look invidiabile. Resiste alla notte una piccola libreria di mare, si dice oggi bookcrossing che forse toglie un po’ di poesia, creata con semplici tavole di legno incrociate tra di loro. Senza pretese, se non quella di rubare attimi. Qualcuno guarda, qualcuna prende in mano un libro e si perde tra le pagine, dimenticando per un momento tutto il resto.

Le note cominciano a solleticarti: c’è Enzo Favata stasera. I posti a sedere sono pieni, sedie classiche bianche in resina figli di stagioni infinite. Ci si accontenta dei parallelepipedi bianchi, le sepolcrali panchine moderne delle nuove architetture pubbliche figlie dell’insensibilità della mente moderna.

I suoni acustici del sax e clarinetto si mischiano con l’elettronica, acustico e sintetico camminano insieme senza pestarsi i piedi. Dialogano, si allontano e si avvicinano. Una passeggiata sonora. La formazione sul palco si guarda e si intende a maraviglia, anche quando dà la scena alle esibizioni dei singoli.

Come la musica di Favata stasera, Buggerru è un paese che non si lascia prendere in fretta. Non fa promesse e non illude. Non cerca consenso facile e like. Porta con sé il peso della sua storia mineraria, ancora visibile nei resti industriali e nei nomi delle vie, ma allo stesso tempo offre momenti che non si comprano.

Qui, l’estate dei grandi nomi e delle passerelle è lontana, e il tramonto di agosto un invito ad accontentarsi di quel che offre, semplice, onesto, lento, ma non per questo banale.

I viaggi lenti e meditativi sono così: non servono per accumulare posti visti, per scattare foto con la posa perfetta, ma imparare ad abitare gli attimi giusti. Come quella manciata di secondi in cui il sole passa esattamente nel varco tra il molo e il mare, e ti ricorda che nella vita – come nei viaggi – non conta arrivare ovunque, ma trovarsi nel punto esatto quando il momento giusto accade.

(Da www.tixi.it)