Tixi

Baradili, il Ranch sulla provinciale

Baradili, una notte d’agosto. Lungo la provinciale, dove i fari delle auto sembrano passare solo per sbaglio, il ristorante pizzeria Il Ranch è una lanterna accesa in mezzo al silenzio.

Una veranda lunga, coperta da un tetto in legno. Le pareti bianco calce incorniciate d’ocra, le piante in vasi grandi che cercano spazio tra i tavoli. E poi loro, le tovaglie amaranto, stese perfette in attesa speranzosa di clienti anche di lunedì.

Un uomo siede da solo. Tiene la testa su una mano, lo sguardo perso, forse nei pensieri o nella musica dance anni ’90 che arriva in sottofondo, sbiadita ma ostinata. Poco più in là, due tipi parlano sottovoce. Forse di donne, forse di calcio, forse di paesi lontani e figure mitologiche di Lunamatrona. Il gatto nero, saggio custode del locale, li osserva da sotto un tavolo: immobile, curioso, presente. Vorrebbe partecipare ma non trova le parole.

Le pareti interne sono puntellate di foto in bianco e nero. Una processione, la sagra de su succu, donne vestite in costume tradizionale, fiere e lente come la dignità che portano addosso. Una di loro, ormai anziana, è appena sbucata dalla sala interna. Sembra uscita da una di quelle foto. Tutti la salutano con un affetto semplice: “Ciao zia!”, poi attraversa sincerandosi che non ci siano auto. Ma non passa nessuno da almeno un’ora, ci si potrebbe sdraiare. E poi, in quel saluto c’è più comunità che in cento discorsi sulla socialità.

Il locale oggi non ha troppe anime, ma ognuna sembra appartenere a questo posto da sempre.
C’è una tavolata, il fruscio delle foglie, la brezza leggera che filtra dalla plastica trasparente tirata per chiudere la veranda. C’è l’acqua sul tavolo, una bottiglia verde semivuota che riflette le luci fioche. C’è la vita di paese, nella sua versione più minuta e autentica.

Resto da solo che non sono scoccate nemmeno le dieci e mezzo. Il profumo di fieno è la mia droga. Il quartino di vino rosso il mio peccato non originale.
Prima di congedarmi, chiedo un sorbetto. La cameriera mi propone una carapigna fatta in casa. Mi fido. Assaggio. Entra nella testa come uno pugno inatteso. Mi riprendo. È fresca, ruvida, sincera. Come questo posto. Come certe sere d’estate che non fanno rumore perché per fortuna sono lontane dalla movida – termine ahimè vomitevole – , ma ti restano addosso.

Le madri delle foto mi guardano: «Sei figlio anche tu di questi terreni, non dimenticare».
Le voci delle donne del locale – maglietta nera con il logo del locale che ha un sorridente asinello – si diradano nella sera placida di Baratili. Riordinano veloci e precise i tavoli. Profumo di detergente e versione brutta cover di una tarocca Jennifer lopez con Let’s get loud alla radio. Fuori i grilli sono più intonati dei trapper. Ti riportano all’infanzia, al sonno ristoratore delle vacanze in paese, sopra letti troppo alti, profumo di Marsiglia, crocefissi sopra la testata, senza dispositivi elettronici e serate a farti tirare tardi.

Mi viene in mente una frase di Vinicio Capossela: “Ci sono luoghi che sembrano aspettarti da sempre.” Anche oggi ne ho trovato uno. Il Ranch è uno di quei luoghi. Non ha bisogno di pubblicità, di views, di like, di Martine Smeraldi. Per fortuna.
Questi luoghi mantengono ancora un senso profondo in questo mondo veloce.
È come una canzone di Sanremo di Marco Armani che pochi conoscono, ma che, una volta ascoltata, non ti lascia più.