Montagna ogliastrina, tra aria fresca e cielo stellato, Vinicio Capossela ha portato a Lanusei il suo concerto più simbolico, “Sirene, la forntiera”, tappa di un tour che è rito ma anche viaggio, invocazione.
Nello spazio esterno dei Salesiani, il cantautore ha intrecciato ieri parola, canto e gesto in una narrazione stratificata, sospesa tra mito e realtà, dolore e resistenza, spiritualità e denuncia.
Il concerto, nell’ambito del Festival Rocce Rosse Blues, si apre nel buio con una frase che è già visione: “Le sirene sono una notte di birra”. Ma non è evasione: è consapevolezza. Capossela guida il pubblico attraverso sirene di ogni tipo — non solo quelle mitologiche, ma anche gli allarmi che squarciano le nostre città: sirene di bombe, di ambulanze, di guerre. “Stappiamoci le orecchie come i marinai di Ulisse”, invita, con ironia e gravità. Ascoltare è atto di coscienza.
Religione e intolleranza si intrecciano nella citazione di testi sacri, dal Corano all’Antico Testamento, passando per il Salmo 59 da cui è presa “Non trattare”. Una riflessione dura su come la fede possa diventare anche dogma, chiusura. “Il povero Cristo” è un inno dolente alla fragilità dell’uomo, capace di amare la vita pur sapendo di morire, ma anche di affogare il prossimo, se lo percepisce più debole.
Tra un cambio di cappello (pirata, turbante, berretto, pirata con le orecchie d’asino) e una maschera sarda di Ottana, Capossela costruisce una drammaturgia mobile che attraversa il Mediterraneo e i suoi conflitti. La voce si fa narratrice di storie profonde: da Billy Budd di Melville, marinaio innocente impiccato per ordine, al silenzio delle donne resistenti nella storia italiana. “La bicicletta della staffetta partigiana” diventa simbolo di una società che ancora resiste, anche nei gesti minimi.Lanusei è cornice e origine. Qui, nel 2006, Capossela espresse il desiderio di un allestimento speciale. “Mi piacerebbe partire da qui”, disse. Ed è qui che nacque “Ovunque proteggi”, con Zeno De Rossi e Asso Stefana, ancora oggi suoi compagni di palco. A distanza di vent’anni, l’Ogliastra torna a essere casa e radice.
Il concerto è anche omaggio. A Bob Dylan, con “When the ship comes in”. A Gramsci, che sapeva scrivere fiabe anche in carcere, ne “I musicanti di Brema”. Il ritmo si eleva con Maraja.
A Pasolini, a 50 anni dalla scomparsa. A Sergio Atzeni, con un’evocazione dietro la maschera del Componidori, simbolo arcaico e carnevalesco del dio per un giorno. “Questa maschera ha un bellissimo muso, l’ha scolpito un meraviglioso artigiano che non c’è più. Ci ho dormito diverse notti insieme. Il mondo visto da qui dentro è diverso, come quello di Sergio Atzeni”. Ci sono anche “Brucia Troia” e “Signora Luna” a chiudere la trilogia isolana. Il ritmo si infiamma con Maraja nell’adrenalinica esecuzione del classico pezzo, tratto dal capolavoro del 2000 “Canzoni a manovella”.
Arriva un’altra sirena, è “Pryntyl” e la birra riempie un bicchiere, con un brindisi ironico: “Bevo, ma solo sul lavoro”. Il lavoro di Capossela è sangue, carne, rito. E il concerto si chiude sulle note di “Pena de alma” e “Ovunque proteggi”, tra commozione e gratitudine, e il palco condiviso con il giovanissimo Gabriele Chiesa alla chitarra, che per una serie di coincidenze — dei concerti in onore del tenore Gianluca Floris dal titolo proprio Ovunque proteggi, un biglietto passato da un amico per un impiedimento, un incontro con l’artista in albergo e un invito al soundcheck — è arrivato fino al live vero e proprio. La voce delle sirene, intanto, resta: seducente e pericolosa, vera e politica, come ogni grande canzone che non si limita a intrattenere, ma pretende di svegliare. E di arrivare alla frontiera, dove ci sono le crisi, i dolori e le vicissitudini.