C’è una chitarra e c’è un ricordo. C’è il suono e c’è la memoria collettiva. Massimo Zamboni, chitarrista dei CCCP, arriva a Carloforte al Festival Creuza de Mà con Arrivederci, Berlinguer!, un cineconcerto che percorre immagini e musica, passato e presente, nel nome di un uomo simbolo della storia italiana.
«Realizzarlo non è stato semplice. Dovevo rendere prima di tutto conto a quel milione e mezzo di persone che partecipò al funerale di Berlinguer e ad altrettanti che lo seguirono dalla TV. Non è stato un esercizio di stile, ma un atto culturale ed emozionale. Un ringraziamento profondo».
Zamboni eseguirà dal vivo la colonna sonora del film di Mellara e Rossi, proiettato sullo sfondo, in un dialogo tra suono e assenza. È la prima volta che lo presenta in Sardegna, terra che – anche per Berlinguer – ha un significato speciale. «L’isola emerge in ogni momento, dalla sua inflessione, non neutrale, non da telegiornale, ma anche dalle voci di molti sardi, intervistati, che lo consideravano un padre».
L’artista emiliano vuol così mettersi in ascolto del tempo, con la pazienza di chi ha vissuto stagioni di cambiamento, senza cedere alla nostalgia. «Non vedo fratture tra passato e presente. Ho trovato una linea continua, senza rimpianti, dove c’è sempre un germe del futuro. È difficile trarre un bilancio del presente: siamo creature di emozioni, più che di cognizioni.»
Le sue parole sono avvolgenti. Sulla musica, sul ruolo dell’arte, sull’impossibilità – o forse sul dovere – di non arrendersi: «Il sistema è forte, può distruggere la musica in qualsiasi momento, eppure la musica conserva la possibilità di esprimere, la capacità di visione. Nessuno ci obbliga a riempire stadi o inseguire classifiche. Anzi, potrebbe essere un demerito».
Zamboni ha attraversato epoche, ma non si pone come testimone: «Non mi interessa parlare alle nuove generazioni e il termine generazione non mi convince. Non esistono salti netti, ma continuità». Il primo ricordo musicale legato al cinema lo fa tornare bambino: «I western con le colonne sonore di Morricone. Non avevo ancora imbracciato la chitarra, ma mi davano un senso di spazio e destino». Destino, quello di solitudine per un artista? «Esiste uno spazio per l’individuo che vuole esporsi, anche in solitudine. In Italia, nella provincia, trovo persone colte e generose, che sacrificano tanto per i luoghi che amano. È un Paese diverso da quello che ci mostrano».
In Sardegna ha tanti ricordi, e Carloforte per lui significa gli alberi di Piazza Repubblica, con cui si confronta, da amante della natura, con riverenza: «Ti rendi conto di quante generazioni si sono sedute qui sotto. Poi la Sardegna è aspra, assolata. Mi affascina questa indipendenza autarchica, la natura, ma il mio Appennino – dove vivo, ndr – è irrinunciabile».
Come la speranza? «Io sono un essere umano, come tutti. Le speranze si confondono con le voglie. A volte cerco di patteggiarle, per trasformarle in idee pratiche.» Come la sua musica: una forma di mediazione con il tempo.
dall’Unione Sarda del 24 luglio 2025