In 48 ore il Tomorrowland – e chi non sa cosa sia, forse non vuole davvero saperlo – ha rimesso in piedi il suo main stage dopo un incendio devastante.Non solo lo ha ricostruito. Lo ha riaperto. Ha accolto migliaia di spettatori con la stessa energia, la stessa magia scenica.
Un’organizzazione sontuosa. Una macchina da guerra. Solo per la comunicazione meriterebbero un premio.
E lo fanno per la Musica. Quella cosa che, da queste parti, viene ancora vista come un orpello, un gioco per eterni adolescenti, quando non come qualcosa di pericoloso. Peccaminoso. Violento.
Intanto i numeri dicono altro.
Secondo il Report EY sul Turismo Musicale in Europa, parliamo di un settore che, già nel 2022, ha generato oltre 10 miliardi di euro solo nei principali Paesi UE.
Il music tourism – ovvero viaggiare per partecipare a concerti e festival – coinvolge ogni anno più di 20 milioni di persone solo in Europa.
Il Regno Unito ha stimato che un turista musicale spende in media 1,7 volte in più di un turista tradizionale.
A Barcellona, eventi come il Sónar non sono solo spettacoli: sono motori economici, attrattori culturali, strumenti di rigenerazione urbana e identitaria.
Ma qui?
Qui, per percorrere dieci chilometri sulla 131, servono due ere geologiche.
Qui, dove tutto è complicato e deve restare in dimensioni mini.
Qui, dove la parola intrattenimento è stata fagocitata dal concetto di mangiare: si cena, si passeggia, si va a letto. E guai a chi propone altro.
Qui, dove ogni innovazione – anche banale – è vista con sospetto. E l’unica risposta che si dà ai fenomeni che non si conoscono, o non si vogliono conoscere, è una: criticare.
Criticare perché non c’è cultura. Criticare perché non c’è esperienza.
Perché chi dovrebbe amministrare non frequenta, non conosce i linguaggi dell’arte e della contemporaneità. E così la musica, l’intrattenimento, il ballo… diventano minacce.
Eppure c’è chi ci prova. E va applaudito.
Chi organizza eventi come il Red Valley, o l’Arabax Music Fest o i festival più piccoli. Chi riesce – a fatica, tra mille ostacoli – a rivolgersi soprattutto al pubblico più giovane, senza nascondersi dietro le solite etichette del “decoro” o del “disturbo”.
Perché qui è tutto tremendamente faticoso.
Qui la musica viene ancora vista come un problema, e spesso chi propone qualcosa di nuovo si trova addosso il peso di una società che – sotto sotto – preferisce che la gente non si incontri, non balli, non sogni.
Meglio se si cura. Meglio se mangia. Meglio se non disturba. Meglio se partecipa alla sagra della pecora, che è l’evento della settimana. Lì sì che va tutto bene. C’è la tradizione, c’è il vino, c’è il folklore.
Il problema è quando si alza il volume, quando qualcuno vuole proporre una visione, un’estetica, un’identità musicale. Allora scatta il comitato. Il divieto. L’emergenza.
Eppure, basta guardare oltre.
Un festival non è solo “musica e caos”. È ospitalità diffusa, è lavoro per tecnici, fonici, grafici, baristi, alberghi, trasporti.
È promozione territoriale. È destinazione. È la possibilità per un turista di vivere un luogo anche di sera, non solo in spiaggia o in centro storico.
È una serata diversa dalla solita cena-passeggiata-gelato.
È vitalità. È comunità.
Perdonate la rabbia, ma quando vedo cose come il Tomorrowland non posso non chiedermi: perché da noi tutto è così complicato, maldigerito?
Perché nel Paese della creatività e dell’arte, chi propone un festival o se si chiede che la musica sia un’occasione è visto come un disturbatore?
Non dico di copiare.
Non dico che dobbiamo fare un Tomorrowland.
Ma dico che quella visione, quella capacità, quella fame di futuro – noi, oggi, ce la sogniamo.
E invece ne avremmo bisogno, eccome.
Oltre alle radici, sacrosante, abbiamo bisogno anche di rami. Di sviluppo, opportunità, sogno e stupore.
Di cultura. Di musica. Di voglia di ballare.
E di persone capaci di far accadere le cose, senza paura del cambiamento.