Strada dritta e scottata dal sole, venerdì sulla 131.
Mi fermo in una delle poche aree di servizio aperte, poco dopo il ponte che porta verso Terralba.
Un’insegna azzurra, un po’ sbiadita, annuncia “bar” e “tavola calda”. Già il suono di queste parole — tavola calda — evoca un qualcosa di familiare e vagamente passato.
Dentro il locale un bancone lungo, qualche frigorifero, due macchinette automatiche e tavoli sparsi. Ma soprattutto, c’è lui. Isaac.
La sua voce è intrisa di quel timbro campidanese felice che allunga le vocali e ti abbraccia, mentre la sua abbronzatura perfetta sembra scolpita dal sole. Con un sorriso acceso e un completo da lavoro ordinato chiama tutti “bella” o “bello”, mettendo chiunque subito a proprio agio.
“Signora, parla italiano? oggi non ho le tazzine, quindi anche il caffè glielo metto in una tazza grande, ma non è cappuccino”
Risponde una turista francese, perplessa dal fatto di ricevere il proprio caffè in un contenitore inatteso.
Non perde mai il controllo, anche quando la fila si infittisce e il caldo fa sentire tutti a disagio. Conduce l’azione con la leggerezza di un direttore d’orchestra, o meglio, di un DJ in un festival alle prese con più cdj. Qui non ci sono luci né palco, ma solo quel bancone e un microcosmo di umanità di passaggio, stressata dal viaggio di venerdì. Viaggiatori, manovali, agricoltori, trasportatori, qualche coppia.  per la maggioranza è un’umanità stanca che non va in ferie.
Sono al banco con il mio Liuk al limone e un caffè e osservo la scena.
Permetto che il momento si fonda con il calore del presente. Bisognerebbe vivere sempre così, come fa Isaac: con ironia, presenza e quella grazia che trasforma il caos di un bar di passaggio in poesia.
Non sono i luoghi perfetti a fare la differenza, ma le persone che li abitano. Se ti lasci attraversare dagli incontri, anche un venerdì torrido di luglio si trasforma in qualcosa da raccontare.