C’è una ragazza dietro al bancone,
bella in quel modo che non c’entra niente con i vestiti, bella di quelle che hanno letto troppa vita per indossare solo il corpo.
Ordino un caffè, quel tempo infinito per indossare il ruolo del buon chiacchieratone.
Parliamo di libri. Di quelli che scegli, ma che forse sono loro a scegliere te.
Le dico che certe storie arrivano come le onde:
non puoi sapere se ti bagneranno le scarpe o l’anima.
Poi, senza avvisare, mi dice che scrive poesie.
Me lo dice come se stesse confessando di rubare nei sogni. Come se la poesia fosse un crimine e il suo cuore un alibi fragile.
Io lo so, lo so cosa significa.
Scrivere e poi pensare che non valga.
Perché un giorno qualcuno, magari un adulto senza luna negli occhi, le ha detto che le sue parole erano solo carta stropicciata.
Allora penso che l’arte non sia per tutti e un po’ mi ci trovo nel pensiero.
“Non si buttano le scorze delle stelle.
La morte deve vivere nelle parole,
deve essere salvata da chi ha il coraggio di scrivere.”
Perché ogni arte è una forma di resistenza al resto. Al ciarpame, alla banalità, al cinismo, ai cuori insensibili.
E il mondo, lo so, combatte chi sogna,
perché chi sogna gli toglie potere.
Le ho sorriso. Perché in quel momento era lei a essere poesia. E non lo sapeva. Ma io sì.